il delitto di via Poma
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DELITTI IRRISOLTI E MISTERI D’ITALIA: COINCIDENZE INQUIETANTI CON LA CRONACA DI QUESTI GIORNI….. TORNANO SULLA SCENA….
PUNTUALI…. COME UNA BOMBA AD OROLOGERIA….

L’ITALIA DEGLI ONESTI ASSISTE ANCORA UNA VOLTA ALL’ARROGANZA DEI PORTAVOCE DI QUEI POTERI CHE SI NASCONDONO DIETRO UN PELOSI O ANCHE IL COSIDDETTO “MOSTRO DEL CIRCEO”: STORIE DIVERSE, CHE TROVANO UN LUOGO COMUNE IN PIER PAOLO PASOLINI….
COSI’ PELOSI CONFESSA DI AVERE CONFESSATO IL FALSO, E IZZO CI RIPORTA AI FATTI DEL CIRCEO, CON UN NUOVO DUPLICE DELITTO…
SI UCCIDE PERCHE’ SEI “ROSSO”…
SI UCCIDE PERCHE’ SEI “NERO”…
SI TACE PERCHE’ SEI “GRIGIO”….

Altro che strategia della tensione, ciò che in questi giorni si verifica sotto i nostri occhi, forse irresponsabilmente distratti e inconsapevoli di quanto minaccia , senza esclusione di colpi, la stabilità democratica dello Stato.
Non possiamo più permetterci di soprassedere a quanto ci compete come cittadini, se vogliamo evitare il peggio, per noi e per i nostri figli, se vogliamo evitare di ritrovarci da un giorno all’altro a dover far fronte a qualcosa di assai simile ad una guerra civile.
Abbiamo prima ancora che il diritto, il dovere di smascherare burattini e burattinai che approfittano di una società oppressa dai problemi della sopravvivenza, per gestire la storia che ci appartiene, nelle verità che ci vengono negate, e che pure tanto fruttano sui tavoli del potere, dove le carte vincenti continuano ad essere i ricatti.
Di sicuro è difficile avere voce in discussioni così sofisticate, intromettersi nel parlare in codice tra una parte e l’altra dei contendenti, ma è urgente conoscere, entrare nell’argomento con proprietà di linguaggio e di contenuti, e sbarrare la strada alle tante menzogne finalizzate ad uccidere ripetutamente coloro che sono già morti.
Ancora una volta, il professor Francesco Bruno ci ha istruito sul cosiddetto giallo di via Poma, e dalla televisione di Stato, ci ha detto chiaro e tondo, che l’assassino si sa chi è, e che il suo nome sta scritto agli atti del processo, e che è stato anche interrogato dai magistrati. E allora qual è il problema?
Silenzio assoluto.
Stranamente alle parti in causa, famiglia Cesaroni, magistrati, e forse anche allo stesso presunto assassino, di quello che afferma il criminologo del Sisde non interessa nulla, nemmeno sul piano della curiosità.
Intanto il messaggio è stato lanciato, ed è arrivato a chi di dovere, sotto una parvenza di cielo “grigio” onde non violare la privacy di chi non può comparire.
Peccato che la stessa attenzione non sia stata osservata per Nicola Calipari, la cui identità, con tanto di nome e cognome fu sbattuta su un giornale del Kwait pochi giorni prima che finisse sotto una raffica di fuoco!
Ma nulla si sa di chi “consegnò” in questo modo il nostro 007 nelle mani di chi forse aveva già deciso di ammazzarlo, in terra straniera, là dove lo chiamavano con un nome di servizio, perché solo in Italia lui era Nicola Calipari…..
Non intendo fare battute, non mi permetterei mai di offendere la memoria di un uomo morto ammazzato, ciò che scrivo e affermo ha ragioni profonde sulle quali pare non si possa fare luce, almeno fino a quando il Sismi sarà assoggettato alle direttive di altri vertici.
La delicatezza del Servizio Segreto dovrebbe competere unicamente le intelligens, nelle valutazioni e nei criteri dettati dall’esperienza, e invece accade che se a uno che si intende di televisioni, gli salta in mente di coordinare un’operazione come quella di Calipari, bisogna obbedire, anche se si rischia la vita.
E tornando a Francesco Bruno, mi viene da pensare che il poveretto non dorma la notte, se solo ci si ricorda quante volte ci ha detto di sapere chi è il Mostro di Firenze, di sapere dove vive Emanuela Orlandi, di sapere che il piccolo Samuele fu sicuramente ucciso dalla stessa madre a Cogne, ora ci rinfresca la memoria sull’assassino di Simonetta Cesaroni, tutto questo glielo fanno dire nei salotti televisivi, ma tutto poi sembra fermarsi lì….. oppure no?
Dobbiamo pensare che il criminologo ha fatto i nomi ai magistrati e che questi se li tengono chiusi nel cassetto?
Oppure che li ha fatti, dichiarando il falso, ma per lui, anche la legge è “grigia”? Silenzio di tomba!
Vediamo che sta succedendo invece sul “caso Pasolini”, e se può esserci un filo in comune con la storia del massacro del Circeo, tornata prepotentemente alla ribalta, con un nuovo dramma, e guardate caso, dopo pochi giorni che “Chi l’ha visto?” ha lanciato l’appello in tutto il mondo per cercare dopo trent’anni l’ancora latitante Ghira.
E’ successo un casino: Ghira non s’è visto, Izzo però s’è fatto vivo e ha ucciso altre due donne, ma di Izzo si era occupato Pier Paolo Pasolini, con tanto di lettera su un quotidiano, ed ecco che entra in scena Pelosi e dice: “Non sono io l’assassino di Pasolini: ho mentito perché mi minacciavano…. Non conosco chi l’ha ucciso, e nemmeno so se sono vivi o morti…”.
Bel rischio per Pelosi, qualora i veri assassini, mandanti ed esecutori, siano vivi, a meno che onde non scoprirsi troppo, gli offrano un bel po’ di soldi e si garantiscano il rinnovo della cambiale, vale a dire il silenzio.
Dalla reazione degli avvocati, in particolare Marazzita, che dopo essersi prodigato all’epoca del fattaccio, per la rinuncia alla costituzione della parte civile, oggi punta i piedi e vuole il processo a tutti i costi, si presume certamente che i responsabili siano in vita…
A meno che Marazzita chieda la riapertura dei processi famosi, solo quando non approderebbero a nulla essendo morti i protagonisti eccellenti.
Negli ultimi mesi, Marazzita ha chiesto la revisione per Moro, Pacciani, e Pasolini: pensa forse ad un unico maxiprocesso con voci dall’aldilà?
Silenzio di tomba….
Pasolini sul massacro del Circeo, aveva idee molto chiare, tanto che riferendosi ad Angelo Izzo e ai sui complici, così si espresse: “Gli assassini del Circeo cercavano disperatamente una divisa, un travestimento. Avrebbero dato chissà che cosa per avere in mano un ordine, una ragione, un’idea per dar senso al loro massacro. Non lo sapevano, ma erano già travestiti.
Travestiti da nuovi assassini….. Io dico che non vi siete accorti che dai codici della malavita, come da quelli che chiamate “politica” è ormai esclusa l’umanità. Oggi si deve uccidere… la morte è un comportamento di massa.”
Pasolini aveva precorso i tempi, considerava già il delitto come genere di consumo. In questi giorni si cerca forse strumentalmente di intravedere nella persona ma soprattutto nel pensiero di Pier Paolo Pasolini la vera causa della sua morte, e ad esprimersi sono in tanti, ricorrendo per lo più a quel luogo comune dell’essere stato un “personaggio scomodo”. Penso che sia sfuggito alla pubblica opinione, e forse anche alla magistratura, qualcosa che io ritengo sia utile, almeno far conoscere, se non altro per l’autorevolezza e la fama di cui godono due letterati del nostro tempo.
Uno dei due è morto, ma ha lasciato al mondo l’immortalità di un patrimonio culturale di inestimabile valore.
L’altro è in vita, costituisce un pur discusso punto di riferimento, ma non sappiamo se entrerà a far parte degli “eterni” al pari del primo.
Ambedue, si sono espressi su Pier Paolo Pasolini: uno gli era molto amico, l’altro non di certo. L’amico, tracciò il profilo psicologico dell’assasssino di Pasolini, centrando a mio avviso il problema, forse mancava vi aggiungesse solo il nome.
L’altro invece, gli dedicò una lunga lettera in rime, o per le rime, ove anticipava l’uccisione del “rivale”, finanche nelle modalità come in realtà avvenne, tanto da suscitare in un critico letterario di chiara fama, uno stato di inquietudine profonda, fino a scrivere testualmente:, riferendosi ai versi, dopo il delitto di Pasolini: “…ove ora stupisce alcunché di profetico….”: così si espresse Domenico Porzio.
Stiamo parlando di Alberto Moravia e di Alberto Bevilacqua.
Moravia dopo la tragica notizia, fu tra le prime persone ad essere inseguite dai giornalisti, che sapendo dell’amicizia che lo aveva legato a Pasolini, chiedevano un commento a caldo.
Moravia era profondamente emozionato, ma non si allineò al coro di ipotesi che ponevano in risalto quanto della vittima poteva aver infastidito, quel suo modo di andare sfacciatamente contro corrente, di manifestare comportamenti all’epoca inusuali e allo stesso tempo essere tra le firme più qualificate della rivista “Botteghe Oscure” o l’ospite importante nel salotto della famiglia Caetani.
Alberto Moravia andò oltre, coerentemente al valore che attribuiva alla ricerca introspettiva della ragione che muove le azioni dell’uomo.
Sul Corriere della Sera del 4 novembre, così scrisse:

“…. La morte di Pasolini, nella realtà psicologica che è la sola che conta, è stata certamente provocata dall’odio dell’assassino verso se stesso, e dalla sua identificazione con Pasolini nel momento del delitto.
Uccidendo Pasolini, l’assassino ha voluto punirsi, l’omicidio è stato dunque una sorta di dissociato e oggettivo suicidio”.

Rileggendo questa analisi a distanza di anni, appare evidente che Moravia avesse in proposito sospetti ben precisi, tanto da far pensare ad un rivale dell’amico, il cui genio andava affermandosi negli ambienti più ambiti della cultura.
Un assassino che odiava se stesso, per non riuscire ad esprimere liberamente ciò che Pasolini presentava di sé stesso, ma anche di una società a margine, fatta di scelte estreme, aperte, libere, non mimetizzate nei costumi più tradizionali del perbenismo.
Per Alberto Moravia, l’assassino non poteva essere altri che uno come lui, con le stesse perversioni e forse con lo stesso talento, ma costretto a rimanere nell’ombra.
Ma prima ancora che Pasolini fosse ucciso in quel barbaro modo, ecco che un suo “collega”, nel senso di essere anche costui uno scrittore, un poeta, un regista, un giornalista e di bazzicare per le via di quella Roma della malavita e della prostituzione, come cronista di nera, tra l’estrema periferia di Ostia, o la Magliana, gli dedica una lunghissima lettera, che vale la pena di conoscere, anche perché introvabile in commercio.
Alberto Bevilacqua scrisse: “Lettera in risposta a Pasolini”.
Parole intense, che non necessitano di alcun commento se non di una profonda riflessione per comprendere quanto la superficialità di questo tempo ci porta a non accorgerci che spesso la verità che cerchiamo è sotto i nostri occhi.

LETTERA IN RISPOSTA A PASOLINI

Ti scrivo da questa
terra di papaveri e di grano
non da luce cattolica superstite
ma promiscua
di violentate vite, più feroce
delle tue borgate: è il primo
crepuscolo d’Europa,
sulle care usanze
a mia, a tua immagine
un muro d’eternità si scrosta.
E’ il deserto che fa
delle oscene masnade una selva stecchita
sotto lune africane.

Abele assetato
di morte, Caino felice,
di questi
congiunti fratelli sortilegio.
Fratello notturno così invaso
di meridiane parole,
non ha sosta
il tuo sangue ossesso dalla feccia.

Ti scrivo dal grido
di qualcosa che stiamo per capire,
noi persa generazione
di banditi
in bandiera,
detestati dalla nostra
stessa città,
con la viltà dei borghesi
che induce
quel qualcosa a tacere, a fuggire.
E’- anche questa-
una superstizione sociale
i cui riti incalzano i superstiti
come - ricordi?- nella valle
dell’Ebron,
che lasciava per le vie
raggelate corsie
di lebbra e colera
il pianto solitario di un bambino.
Ossia da ultimo ti scrivo
- come dicevi- mattino del mondo.

… guardiano di muraglie,
messo a giustificare il tempio, cieco guardiano che scuote
del tempio le colonne;
e tu stesso ti lapidi, tu
per primo, con l’arroganza del leone,
perché lezione
altri l’impari
di lapidarti…

Ti scrivo da una prima
notte che penetrò in un sonno
umano, dal primo
pianto che colmò d’orrore
il sogno a un uomo:
non da gola proviene
terrena, ma da un Ghetto
del tempo, un soprassalto
di Galilea
nel cuore tombale di Cristo.

Nell’oscena notte
che ti propizia magia e retorica
oh amico, ti dissi,
e tu non mi toccasti con un dito.
Fummo amici per alcuni anni.
era la Parma dei tigli,
tra i figli del Sessanta
ero anch’io un cucciolo ferino.

Come nei sepolcreti
di Calcutta e Nairobi
nidificati sul loro stesso splendore
dove andavi
a stanare assassini.
Ma il tuo errore è questo:
ignorare che la bellezza è un male
comune al mondo come tanti altri,
il tuo provare orgasmi
col vasto respiro dei salmi,
misurare a eventi, a ere,
il tempo che impiega
un fallo a resistere.

E’ una sera
di giugno che non sa
dove spegnersi con meno
festa: se in questa
mia stanza segreta d’albe
e antichi inverni
o in tempesta di atti estremi.

Anche una stella è
er quanto visibile segreta,
come la meta
che ti poni,
un’abitudine di mistero
che passa sulla testa della gente.
Niente vale sognarla
non locchio di Adamo.
Che l’astrazione sia,
attraversata la carne,
l’insanguinato feto,
il vero, sordido vizio?

Nelle ore che si fanno
beate di gente
persa come un colore
sulle foglie,
che si scaldano, sulle giacchette al sole
della piazza,
sta il rimorso della nostra
esagerata dolcezza:
il riso criminale
dei ragazzi che si danno
nella tenebra dei quartieri
(anche nel mio
Oltretorrente di Parma
con più grazia
animale, forse, e più superbia.
L’usignolo delle tue sere
ha di te memoria
poco più
dell’amante occasionale che ti lascia.

E’ il deserto d’amore: l’assetato
che il sangue
si succhia da se stesso.
Non invidio la tua
intelligenza di misterioso tempo
che si fa penombra di questo
e memoria del suo futuro,
nel mentre che in luce lo divora.
La mia vita non è
pioggia che tempesta,
ma l’odore che ne resta
sui frutteti, sui muri,
io scendo sicuro
soltanto dei miei
gradini incerti, e l’aria
rallenta la neve
come il sonno impigra i miei sogni.

Perdona se la mia lettera non ha
la tua arguzia estetica; e
non dal tuo scandalo di lucidità,
ma da una piaga elementare ti mando
svelato mistero d’identità.
Siamo gli ultimi
di un’età che ci detesta,
che fa della festa
dei poeti un circo ignobile.

Tienila, dunque, da vecchia
lettera di famiglia;
mai spedita, mai scritta,
tienila dolcemente contro
coscienza,
contro natura,
impostura segreta come un astro.
Se non muta una sola
parola della mia
sentenza a vita, Col tuo rigore non sai
di riscattare gli uccisori che credi
così facile sia
uccidere
nella loro liturgia di pietra.
Crocifiggimi, se vuoi,
ma lasciami stupefatto d’esistere
al silenzio di un orizzonte quando annotta,
e il coro dei Lombardi
lentamente svolta
nel mio inferno che varia
di poco
dalla mia periferia solitaria.

(Alberto Bevilacqua)

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Agosto 2009 16:06
 

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