il delitto di via Poma
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"Io, Via Poma e ...Simonetta" di Salvatore Volponi

Premessa

In Italia: episodi, vicende, fatti del nostro vivere quotidiano si trascinano per anni senza una soluzione, senza una fine. Ciò vale sia per gli avve­nimenti più cruenti della vita sociale e politica, che per molti delitti comuni, passionali, di vendetta, di interesse. E' come se di un fatto si volesse scrive due storie: una ufficiale, di facciata e una sommersa dove le ombre nascondono, seppelliscono, la verità.
Il delitto di via Poma sembra ricalcare queste caratteristiche, questi connotati, ed essere destinato ad avere la stessa sorte.
L'autore ha compiuto non senza ponderazio­ne ed esitazioni il passo che lo ha portato a stendere questo libro. Ma la commozione e il dolore per gli avvenimenti che stanno alla base del presente rap­porto, e soprattutto il fatto che essi poterono accade­re, sono più forti della ponderazione e delle conside­razioni, più forti dei riguardi falsamente intesi verso mondi ed ambienti, organismi e recondite realtà isti­tuzionali da lui ammirate ed amate, le quali spesso, soprattutto alcune, sembrano non comprendere che verità dolorose, se ci sono, danno l'impulso alla riflessione e a nuove vie.
Chi strappa il velo a verità sgradevoli voluta-mente o involontariamente nascoste, deve aspettarsi di vedersi vilipeso. Ma ciò nulla toglie al coraggioso sforzo fatto dall'autore di questo libro, alla sua ardi­ta ricerca della verità nel tentativo di portare una soluzione al mistero che avvolge la sanguinosa tra­gedia di via Poma, arrischiando che le argomenta­zione da lui sollevate vengano considerate troppo ardite e di andare oltre i confini del codice penale e della ragione...
In tutti i tempi è stato riconosciuto grande onore alle intenzioni oneste e alla ricerca della veri­tà, anche se coloro i quali hanno scritto cose veridiche hanno ricevuto dai potenti senza sosta e con implacabile costanza danni, insulti e ferite. Anche ai nostri giorni la virtù si è fatta molti nemici che la contrastano e la ostacolano, ed è rischioso anche solo avere fama di amare il vero e la libertà.
Egli ha deciso di gridare il suo lamento, la sua amara, rabbiosa esperienza portandoci al centro della sua vita devastata, colma di disperazione, dolo­re e pianto, mettendo davanti agli occhi dell'opinio­ne pubblica una serie di constatazioni e di fatti, noti e meno noti, da lui ritenuti "inquietanti" e di cui è venuto a conoscenza, per offrire così il suo modesto contributo alla ricerca della verità su una tragedia ancora buia.

Sulle orme del killer

La sera del 15 giugno 2004, mentre stavo lavorando al computer, mi giunse una inattesa telefonata che doveva modificarmi profondamente la vita. Quanto udivo tramite il cellulare era una proposta che non sarei riuscito ad immaginare neanche nella più sfrenata delle mie fantasie.
Una persona altolocata e con incarichi delicati e di grande rilievo in seno alle istituzioni mi sollecitava a recarmi con gran fretta presso il suo ufficio. Voleva incontrarmi per discutere con me su una faccenda molto importante e segreta.
Il giorno successivo, alle prime ore del mattino, salii all'ultimo piano di un enorme palazzo cinquecente­sco grondante crimini ed intrighi dai tempi in cui imper­versavano violenti lotte tra le nobili casate romane.
"Eccomi qui per onorare la nostra amicizia e rivedere una mia antica e preziosa conoscenza!" - escla­mai io varcando la soglia di un camerino piccolo, di appena pochi passi, senza libri e senza suppellettili, con un tavolo e poche sedie, costruito in modo che niente di quello che veniva detto lì dentro si potesse sentire all'e­sterno, almeno che non fossero state collocate cimici curiose o altre moderne diavolerie.
Lo scrutavo con attenzione. Ero molto curioso di sapere che cosa avesse da comunicarmi con così pressante fretta ed ancora in così circospetta segretezza.
"Il professore, un personaggio potente, crudele e rispettato, che vuole rimanere incognito, - esordì il dott. Mario Porsenna, con una strana smorfia sul viso - ha urgente bisogno della tua opera e chiede di incontrarti il più presto possibile, anche questa sera stessa".
Senza perderci in chiacchiere vane ed inconclu­denti decidemmo di fissare l'appuntamento con questo misterioso personaggio per la sera stessa in un Club situato nei pressi di Ponte Milvio.
L'unica cosa che sapevo con certezza era l'argo­mento di quell'incontro: il delitto di via Poma. Ma mai avrei immaginato di dovermi interessare dell'orrendo giallo, tristemente noto in tutta Italia e che nei giorni suc­cessivi avrei incontrato faccia a faccia il datore di lavoro della povera vittima.
Ciò avvenne per oltre due mesi, quotidianamen­te, in un noto e prestigioso bar della Capitale, per ascol­tare il suo racconto di quella tragica notte del 7 agosto 1990.
Egli mi consegnò quaranta cartelle, fitte fitte. Pagine vibranti, intrise di rabbia, dolore, passione, manie, deliri senza fine e aneliti immensi, con note sulla società, sul costume, sulle mode, sulla religione, sulla funzione dei partiti, sulle malattie depressive e le loro cure. Esse ci portano al centro della sua vita devastata, colma di disperazione e di macerie, ma non doma, sem­pre protesa verso la luce, l'amore e la gioia... Purtroppo non ho potuto, o saputo, riprenderle tutte, essendo stato costretto a selezionare quelle strettamente legate al tema "Io, via Poma e... Simonetta".
Sono certo che non mancherà occasione per dare spazio a quelle che ho dovuto trascurare.
"Spero di non averle arrecato disturbo, caro dot­tore, -. disse il professore in tono amabile - ma purtrop­po temo di aver bisogno dei suoi servigi".
"Eccomi qui, pronto a mettermi a Sua disposi­zione per tutto il tempo che Lei riterrà opportuno, senza alcun risparmio di disagio e di fatiche".
"Il dott. Porsenna ha tessuto senza risparmio elogi su di lei. Dice che lei è abile e scaltro, fedele, riser­vato e alieno da ciarle, dote questa rarissima ai nostri giorni.
Ho fatto assumere informazioni sul suo conto, e mi hanno riferito che di frequente lei ama indulgere in libagioni e crapule, ma che il sesso ed il denaro non riescano a corromperla".
"Sì, è vero - ammisi, avvampando di vergogna -qualche volta mi lascio andare senza ritegno ai piaceri del bere e del mangiare, ma solo quelli autentici e caserecci".
"Ma non è per parlare di cibi e sbornie che l'ho voluta vedere - proseguì senza far caso alle mie celate proteste. - II dott. Porsenna mi ha magnificato le sue doti di indagatore, e sostiene che in passato è venuto a capo di alcuni impenetrabili misteri".
"Posso assicurala, professore, che è stato più per merito della fortuna, che delle mie doti di investigatore, anche perché io sono un curiale e non un poliziotto".
"Dato il compito difficile e pericoloso che inten­do affidarle, credo che di fortuna gliene servirà molta. - ribatté in tono definitivo. - Quale è il compenso che chie­de per questo impervio lavoro di ricerca e di investiga­zione?".
"Ogni lavoro, - continuò senza darmi il tempo per alcuna risposta - specie se si tratta di un lavoro ben fatto, merita la sua ricompensa. Ordinerò a chi di com­petenza di mettere a sua disposizione, senza taccagneria, quanto le serve per operare in comodità ed efficienza. Inoltre in futuro lei potrà contare sulla mia gratitudine". "Come sicuramente lei saprà - aggiunse con aria grave - si è riaperta la caccia all'assassino dell'orribile delitto consumato a Roma in Via Poma n. 2, nel torrido pomeriggio del 7 agosto 1990, in un ufficio deserto di un condominio disabitato, in una città spopolata per le vacanze. Sono certo che non è necessario che io riper­corra insieme a lei tutte le tappe di quel mostruoso delit­to. Lei, ne sono certo, le conosce già, in caso contrario sarà sua premura aggiornarsi e documentarsi in gran fret­ta.".
"Il delitto di Via Poma - sottolineai - sconvolge per la crudeltà orribile e insensata con cui è stata stron­cata una giovane vita e per il dolore senza fine che ha vis­suto e vive la sua famiglia".
"Il delitto si è rivelato subito un pasticciacelo indecifrabile, contorto e con tracce di depistaggi. - pro­seguì con tono austero ed implacabile il professore – Gli inquirenti, nonostante tutta la buona volontà e la gran­dissima professionalità che li distingueva, hanno fatto una brutta figura dopo l'altra. Sospetti, denunce, arresti. Ogni pista si è rivelata vana. Qualcuno fra gli indiziati, o per salvare la propria delicata situazione nel contesto del delitto o per alleggerire la sua posizione come testimone, ha probabilmente mentito - il portiere, sua moglie, i dato­ri di lavoro, i responsabili dell'ufficio, il nipote dell'an­ziano signore, qualche frequentatore del palazzo - ma tutti hanno superato le prove di analisi del sangue, di alibi, di confronti. Il giallo si è andato intricando in con­tinuazione ed il buio si è fatto sempre più fitto, fino alla tenebra completa. Supposizioni, sospetti sono venuti a galla impertinenti creando il giallo nel giallo: intrighi internazionali, servizi segreti deviati o stranieri, traffico di armi e di droga, nascondigli di ramificate organizza­zioni criminali di pedofili, di clandestini? Interrogativi micidiali vengono sollecitati da una serie di fatti e di con­statazioni che meritano sicuramente attenzione".
"Professore, - domandai improvvisamente atten­to - che cosa vuole da me? Che io mi metta sulle orme del killer? Non credo! Questo è il compito della Giustizia, degli Organi Inquirenti, della Polizia Giudiziaria...".
"Io da lei voglio molto di più. Voglio che lei mi scopra che cosa c'è dietro questo orrendo fatto di sangue. Soprattutto voglio arrivare a chi ha ordito il complotto, se complotto c'è stato. E in questo caso sono certo che lei dovrà indagare molto in alto"
"Con gli elementi che uno ha in mano, - mi per­misi di sottolineare - è impossibile formulare ipotesi, tutte rimangono possibili. Di certo alcuni dettagli strani colpiscono e nascono ineluttabili interrogativi...".
"In via Poma - proseguì il professore incalzante e senza darmi il tempo di intervenire o di replicare - la polizia ha commesso diversi errori. E' anche l'opinione di un grande esperto. Questo è avvenuto soprattutto nella prima fase dell'inchiesta, quella del sopralluogo dell'ap­partamento. E' un problema generale in Italia, perché manca la cultura del congelamento del luogo del crimi­ne. In Inghilterra, per esempio, questo è un principio sacro, da noi invece attorno al cadavere si muovono mille persone e partendo da chi ha visto la vittima per ultimo si va a controllare il suo alibi, si costruisce la rete di parentele, amicizie e conoscenze della vittima per farsi un'idea della vita e degli ambienti che frequentava. Si susseguono ininterrottamente interrogatori massacranti. La vicenda inesorabilmente prende ad impastoiarsi velocemente. Nell'inchiesta viene tirata in ballo molta gente inutile, molti mitomani. Si fanno molte chiacchie­re fuorvianti, molti pettegolezzi e sciacallaggi che non fanno altro che creare confusione e caos".
"Lei, professore, sospetta forse qualcuno in par­ticolare? Ha qualche indicazione precisa da suggerirmi? Pensa che io debba condurre le mie indagini in una dire­zione precisa?".
"Tre sono le direzioni: 1) II delitto occasionale opera di un killer di passaggio, di un giovane complessato o di un vecchio respinto. 2) La storia passionale. -proseguì il professore - Ambedue non mi convincono. Le tante coltellate, poche tracce di sangue, la stanza ripulita, l'appartamento rimesso in ordine, la sparizione dei vestiti di Simonetta, la porta chiusa a chiave con quattro mandate. Che interesse aveva un maniaco a ripu­lire la stanza? Perché la porta fu richiusa a chiave dal­l'assassino quando uscì per scappare? Chi ha fretta e fugge dopo un atto criminoso, non perde tempo a fare azioni che lo possano rallentare. Comunque è una pista che non va in ogni caso trascurata assolutamente". "La terza invece, - chiesi io - quale sarebbe secondo lei, professore?"
"Vede - rispose con tono pacato ma inflessibile - Se è vero che la povera Simonetta Cesaroni era una ragazza semplice e riservata, è altrettanto vero che le Associazioni" International Youth Hotel Federation" vedevano transitare fiumane di persone, creando molti­tudini di file con montagne di dati dove, a insaputa di chiunque, avrebbero potuto essere nascosti, criptandoli, messaggi, cifre e codici inquietanti ed esplosivi. Com'è delirante, insano e terrificante il massacro di via Poma! Secondo me non è stato un omicidio. Ha più l'impronta di un'esecuzione che di un forsennato assassinio passio­nale. Giudizio e condanna immediata!".
"Tutto questo significa che dovrò condurre le mie investigazioni in seno a importanti organismi, tra autorevoli personaggi, cioè tra quel genere di persone che sono al di sopra di ogni perlustrazione, e che gli stessi uomini che indagano "hanno riguardo" forse di avvi­cinare. Non Le sembra che il compito che mi chiede sia troppo grande per me e fuori dalle mie competenze?".
"Quello che volevo dirvi, professore - insistei con tono preoccupato - è che rischio di finire la mia vita terrena in fondo al Tevere, con un macigno legato ai piedi o dentro qualche pilone di cemento armato".
"Nihil sine magno labore dei dederunt homini-bus... - ribattè il professore con un sorriso. - E anche per questo che le garantisco la mia riconoscenza, oltre alla pubblicazione e diffusione della sua ricerca. L'ho scelta anche e forse soprattutto per la sua particolare, quasi fatale propensione a dialogare e fare amicizia con ogni genere di malandrino ed anche di intrufolarsi in molte realtà ermetiche, difficilmente penetrabili: questo le sarà di grande aiuto, perché sono sicuro che lei riuscirà a rac­cogliere notìzie interessanti dagli uomini di malaffare, dalla gente di equivoci costumi, dai grassatori, da certi ambienti dove e quasi sempre è possibile venire a cono­scenza di tutto quello che accade nella città di Roma. La sua abilità, in questo caso, sarà di dividere il grano dalla pula, separare cioè le notìzie vere da quelle false. Sono questi i motivi per cui l'ho convocata".
"E sono questi i motivi per cui io potrei sparire nel buio del nulla senza possibilità di essere più ritrova­to".
"Ho inoltre deciso - soggiunse il professore - di non mettere al suo fianco alcuna persona, nessun com­pagno fidato per seguirla o proteggerla, perché oltre che distarla non farebbe altro che crearle altri problemi".
"Caro dottore, - mi disse ancora il "crudele" pro­fessore - cercherà di me solo quando avrà terminato il compito. Sarò io di tanto in tanto che verrò a chiederle conto dei suoi progressi, della pista che sta seguendo".
"Non sono dottore. - replicai -. Ho solo la Terza Media. Comunque mi metterò immediatamente al lavo­ro, professore".
"E da dove intende cominciare?".
"Chi erano i datori di lavoro della vittima? Quante copie di chiavi erano state distribuite e chi ne era il responsabile? Di che cosa si occupava esattamente quell'ufficio dove lavorava Simonetta Cesaroni? Perché alcune personaggi non sono mai stati tirati in ballo? Cosa c'era nel computer? Chi poteva accedere ad esso? Perché non è stato fatto un inventario, nei minimi dettagli, di tutto quello che c'era dentro la stanza? Sono questi i primi interrogativi a cui tenterò di dare risposte esau­rienti e concrete. Solo partendo da questi punti fissi si potrà rintracciare la pista, seguire le orme che portano all'assassino".
"Penso che lei abbia ragione.- soggiunse il pro­fessore - E adesso ancora un consiglio. Nella sua ricerca troverà molte bocche cucite. Le banconote da 500 euro che le verranno consegnate dovranno servire a far parla­re i muti e a dire il vero ai bugiardi. Le usi senza rispar­mio. In questa direzione il denaro è ben speso. E adesso lei se ne può andare. Mi rendo conto che raggiungere il killer è molto difficile, essendo passato molto tempo dalla tremenda tragedia, oltre 14 anni, la pista è quasi irriconoscibile, tutte le orme potrebbero essere state quasi completamente cancellate, ormai invisibili. Buon lavoro e buona fortuna!".
Il giorno successivo mi recai in via Pasquale II, da una persona di fiducia del professore, che già aveva preparato per me una busta contenente un pacchetto di banconote da cinquecento euro. L'uomo mi guardò con diffidenza e curiosità, chiedendosi sicuramente quali ragioni avessero indotto il professore a versare tanto denaro a me, uno sconosciuto di mezza tacca, un incon­cludente incallito e sicuramente incapace di risolvere l'e­nigma di via Poma.
Raccolsi la busta e me ne andai senza salutarlo, silenzioso e guardingo come ero arrivato.
Cominciavano già a scendere le prime ombre della sera. Ero nella mia tana di lupo solitario e stavo sistemando ogni cosa prima di iniziare l'impervio lavoro affidatomi dal professore, quando il mio sguardo si fermò su un piccolo Cristo appeso ad una parete: Mi venne istintivo di rivolgermi a Lui e di pregarlo: "Vedi di vegliare su di me, sempre, di giorno e di notte! Ne ho davvero bisogno".
"Che cosa intendi dire?" - mi parve di sentire la sua replica.
"Che avrò bisogno di molta protezione, se voglio uscire vivo da questa avventura ... e di molta fortuna".
Mentre stavo assorto in questi pensieri ed eleva­vo a Dio la mia supplica squillò il telefono. Era Fiorenzo.
Ferri, figlio di un eroico questore, sempre in prima linea contro brigatisti e terroristi. Erano gli anni di piombo. Nelle scuole regnava il caos più violento. Giudici e tuto­ri dell'ordine venivano barbaramente trucidati quotidia­namente. Fiorenzo è un amico conosciuto ai tempi in cui lavoravo nei pressi di Via Veneto, popolata da agenti segreti, divi del cinema e fastidiosi paparazzi in cerca di scoop. Egli è esperto in tattica e strategia militare. Conosce tutti gli anfratti e le pieghe di Roma.
Ha vissu­to buona parte della sua vita sulla strada, in mezzo a scommettitori, trufFatori internazionali, invertiti, ruffiane e sgualdrine di ogni risma. Tutti lo chiamano avvocato. Mi invitava a cena ai "Tre Corsari", vicino a piazza Tuscolo. Tutto pesce condito con la miglior Falanghina.
Durante il pasto gli accennai quanto stavo per intraprendere.
"Che cosa pensi di scoprire più di quanto vi abbiano già trovato gli Investigatori, la Polizia Giudiziaria e Company. Quello che accadde quella sera lo hanno già scritto a dovizia tutti i giornali". "Improbus labor omnia vincit. - ribattei citando, quasi per sfoggio, le parole del sommo Virgilio - Chi fa per sé fa per tre. E poi ti ricordi cosa facevano le spigolatrici?".
"Sì, ma questo cosa centra adesso?".
"Ai tempi della mia gioventù - continuai - le spi­golatrici si muovevano dove erano già passati i mietito­ri. Eppure trovavano altre spighe abbandonate sui campi. Questo per dire che se la sorte mi è favorevole sono nella possibilità di raccogliere notizie nuove, là dove sembrava che tutto fosse già stato setacciato e conosciuto".
Restammo a cenare fino a tarda notte. Era l'una dopo mezzanotte quando ci salutammo.
Lo ringraziai per l'ospitalità e con il bus 50 not­turno mi diressi verso la mia tana. Andai a distendermi che era quasi l'alba. Per la stanchezza e per le abbondan­ti libagioni restai a dormire fino a tarda mattina.
Una volta in piedi e dopo una frugale colazione, un bicchiere di succo d'arancia, prima di iniziare le mie ricerche, di frequentare ambienti, di incontrare persone che potessero fornirmi notizie utili a ricostruire le tracce lasciate dall'assassino o dagli assassini, decisi di passare alcuni giorni presso un mio collega per sfogliare i quoti­diani e prendere atto di quanto era stato scritto sul delit­to di via Poma. Egli possedeva una interessante raccolta di articoli, divisi per settore ed argomenti e raccolti in schedar! che teneva in un enorme stanzone: scandali, crimini ed inchieste scottanti.
Non mi aspettavo granché da questa lettura. Un buon investigare non trascura nulla, alle volte anche i più piccoli particolari, le sfumature più insignificanti che tra­spaiono dalle dichiarazioni dei testimoni o di chi ha vis­suto da vicino la tragica vicenda di via Poma possono rivelarsi di grandissima importanza.
Ero convinto che per giungere "ai responsabili" di un così raccapricciante delitto, bisognava trovare il movente, ecco perché ritenevo mio dovere e mio compi­to esaminare tutte le ipotesi, non fosse altro per stron­carle alla radice.
"Può essere, quindi - mi dicevo - che, con un piz­zico di fortuna, quel che vado a leggere riesca a sugge­rirmi, se non la chiave per capire chi è l'assassino, alme­no la strada da percorrere nelle ricerche".
Tutto sta nel setacciare la farina buona dalla cru­sca.
Ecco come è nato questo libro. Anche se nelle righe che precedono sono stati adoperati nomi di fanta­sia, sia per le persone che per i luoghi, ed il racconto assume toni fantasiosi e tinte forti, la sostanza e la verità delle parole non vengono meno. Esso inevitabilmente risente, a dispetto di quello che afferma "il professore", di una mancanza assoluta di mezzi finanziari, di tradi­menti, di paure, di defezioni improvvise da parte di col­leghi che avevano assunto precisi impegni scritti e ver­bali, costringendo l'autore a cambiamenti repentini di rotta, impedendo così all'opera stessa di mantenere il taglio ed il ritmo di una stesura uniforme ed ordinata. Di ciò, insieme con l'autore, mi scuso.
Mi corre l'obbligo di menzionare che il dottor. Salvatore Volponi, alcuni anni dopo la tragica data del 7 agosto 1990, scosso dal male oscuro, schiacciato da una vicenda sicuramente più grande di lui, in un momento di smarrimento totale e di obnubilamento della ragione, ha vissuto alcune esperienze interpretate come al limite della legalità con conseguenti ripercussione di ordine giudiziario. Ciò nulla toglie al valore e all'attendibilità della sua testimonianza.
Aldo Conchione

In preda ai demoni
(capitolo 1)

Quel mattino c'era di nuovo, era tornata ...! Quell'ansia insopportabile, una sorta di angoscia cupa e disperata. Sentivo dentro di me un clamore assor­dante che mi impediva di sentire i miei pensieri. In me si ridestavano i ricordi, ma non come lampi improvvisi della memoria, bensì come massi pesanti che si muove­vano a fatica nel mio cervello.
L'ansia è uno schianto di se stessi, un terrore che ti scoppia dentro procurandoti una sofferenza inaudita. Squarcia il tuo io personale, addenta famelica la coscien­za, stiracchia i rapporti con i tuoi simili, traduce in tra­gedia le tue preoccupazioni. E' un'altra vita che cammi­na parallela. L'ansia scatena ombre e fantasmi che inva­dono il tuo cervello che si sdoppia in una dilacerazione micidiale e straziante. Sorridere, stringere la mano e nello stesso tempo essere in preda ad una sofferenza sovrumana, sentire una voglia irresistibile di svanire nelle tenebre.
Rannicchiato sul letto in una camera oscura, l'ansia non si placa, avanza come un'onda gigantesca che ti travolge e scatena fobie, ossessioni, paure e rende impotenti. In attesa che qualcuno ti venga a guarire. Il buio e la solitudine rendono terrificante ogni cosa impadronendosi dell'io. Ci si avvicina ad una porta per aprir­la una, dieci, venti, cento volte; un fossato atroce da superare; la porta si rinchiude; la crisi si scatena di nuovo e ti sommerge. Non si vede anima viva, nessuno. E1 un autentico supplizio che non dura un giorno ma è eterno.
Tenti di spiegare la tua angoscia, non trovi le parole, allora usi le mani quasi a rendere materiale il dolore che serra violentemente le mascelle, stringe i pugni. Il dolore del male oscuro non è una sceneggiata! Ti senti di merda, chi ti sta di fronte non capisce nulla, zero; il muro dell'incomunicabilità diventa insormonta­bile. Il male oscuro stringe il malato in una morsa mor­tale!
Il terribile supplizio si fa sempre più intenso e la mia disperazione aumenta al ricordo lontano di quella tiepida giornata della prima metà di settembre. Il sole era già alto nel cielo.
Seduto sulla panchina nella piazza. Una piccola merla cercava di prendere una mollica di pane vicino a me, mi guardava con affettuosa curiosità voleva solo mangiare, ma con fare timido zampettava avanti ed indietro per prendere confidenza e coraggio per avvici­narsi a me, ma era istintivamente turbata dalle ombre inquiete ed assurdamente minacciose che si muovevano intorno. Con accortezza mi allontanai da quella scena e pensai a quella piccola creatura che felicemente tornava al proprio nido distante, tra rami di foglie verdeggianti, al sicuro dei mostri, mentre il mio terribile supplizio si faceva sempre più intenso e gli incubi di quella tragica morte mi uccideva lentamente.

Piccola e grande sorella
(capitolo 2)

 

In fondo al buio che mi avvolgeva, qualcuno ha lasciato per me un lumicino acceso e così non sono finito nell'inferno.
"Marisa ... Marisa ... ! Sto male!".
"Calmo ... Troveremo una soluzione" - così mi rispondeva sempre.
"Piccola, grande sorella, hai la sensibilità di compatire l'atrocità del "male oscuro" che conosce anche te".
Marisa è la mia sorella-madre, minuta ed intelligen­te con un naso impertinente e le labbra serrate, due occhi neri, oggi appannati dal dolore, ed un viso sca­vato dall'ansia. Brillante e poliedrica, sa parlare con arguzia. Ricordo ancora i suoi diciotto anni, durante una straordinaria vacanza ad Ostia dove hanno mas­sacrato un cantore dell'anima: Pier Paolo Pasolini. Marisa, formosa al punto giusto con due occhi come due laghi misteriosi e rilucenti, la pelle delicata e vellutata, ha vissuto una stagione di gloria con una serie di "pappagalli" a fargli la corte mentre io ero geloso fino alla violenza contro gli sguardi maliziosi e perversi.
Col passare del tempo il male oscuro, ha tor­mentato quel viso bellissimo e la mia Marisa ha dovuto affrontare la disperazione, l'ansia e gli incubi, con paure, ossessioni che ci sconvolgevano l'animo, sempre con lo sguardo rivolto verso i sofferenti, era­vamo uniti e guardavamo avanti stringendo i denti, con al primo posto sempre l'ideale della famiglia. L'ammiro, anche se in passato l'ho criticata e fatta soffrire.
Il male oscuro mi ha aggredito e forse sopraf­fatto quando avevo all'incirca venticinque anni.
E poi il mostro si è assopito dentro di me quasi in letargo. Vivevo e volavo spensieratamente.
Nel '74 il mio io si è infranto in mille pezzi. La malattia mi divorava. Uno psicanalista mi tor­mentava la mente. Niente medicine ma solo forza di volontà. Gli anni passavano implacabili, vivevo in lento martirio.
Lo specialista investigava nella mia mente per togliermi l'incubo di una eterna notte ed il dolo­re era diabolico. "La sua struttura mentale è ormai forte - aveva sentenziato l'inquirente dell'animo - lei ormai è in grado di reggere i colpi, non ha più la fra­gilità di una volta, insomma abbiamo risolto".
Ma era la verità?. Il demone non può essere sconfitto si annida nell'anima e diventa parte della tua triste esi­stenza.

Stanza n.33
(capitolo 3)

Clinica dell'ospedale Umberto I di Roma Stavo insie­me a circa una decine di persone. Tutti seduti in cir­colo, in silenzio e con gli occhi chiusi tra farmaci, medi­ci e psicologi.
Le terapie erano ovviamente inefficaci e danno­se.
Quarant'anni di malattia e vent'anni di analisi. Avevo vissuto tutto il calvario del "male oscuro".
Ormai meritavo la laurea.
Clinica di cura, stanza n.33 : due letti ed un bagno e due occhi vitrei che mi interrogavano senza pietà tra farmaci diabolici e specialisti senza sorriso che sapevano e scrivevano il mio destino. Una cena frugale, uno sguar­do al televisore, una manciata di pillole e poi un sogno pieno di incubi.
Carcere o manicomio?
Pazzi, cocainomani, anoressici, alcolizzati tutti insieme camminano senza un dove ed un perché; nella triste e macabra inutilità quotidiana, immerse nel delirio.
Il giorno per me era un martirio mentre la notte era un supplizio. Osservavo le mura fredde della clinica con la disperazione di un prigioniero chiuso nella stanza della tortura. Non potevo resistere a quello strano istinto che spinge gli animali braccati ad andarsi a nascondere.

Il vecchio senza età
(capitolo 4)

Barcollando, con la testa gonfia per i farmaci somministrati senza scienza e coscienza dagli specialisti, con lo sguardo sprofondato nel nulla, svenni davanti ad un vecchio alto, senza età e senza nome. Era maestoso, spalle larghe, occhi azzurri, grandi e profondi come il mare. Si muoveva con il ritmo dell'eternità. Sembrava dominare il mondo, il tempo e le distanze. "E così ce l'hai fatta a venire!" - disse con voce profonda.
"Io veramente non pensavo di finire qui". - replicai.
Illusioni o realtà? L'equilibrio della mente era ormai irrimediabilmente compromesso, piena di incubi, deliri, e contorti pensieri.
La razionalità quel giorno è rimasta fuori del­l'appartamento!
"Com'è delirante, insano e terrificante il mas­sacro di via Poma n. 2 ! Non è stato un omicidio. E' stata un'esecuzione. Giudizio e condanna immedia­ta". - sbottò il vecchio.
"Certo - risposi - ma via Poma ha spezzato anche la mia vita ed ha ucciso la mia famiglia, distrutto la gioventù di mio figlio e reso di pietra il cuore di mia moglie. Senza giudizio mi hanno inflitto una con­danna definitiva e inappellabile.
Ma io ho resistito, non ho mai ceduto alla tentazione di farla finita, anche quando il mostro mediatico giustizialista, l'assalto implacabile degli inquirenti ed il terrore poliziesco mi hanno squassa­to, lacerato cercando di demolire la parte più profon­da di me, fino ad iniettare nel mio subconscio il dub­bio della mia colpevolezza, l'ossessione di essere il killer. "Povera Simonetta! Uccisa con tante coltella­te".
Non l'avrei mai conosciuta se non attraverso un amico. Io ed il mio socio Ermanno, avevamo bisogno di una ragazza che sapesse trascrivere ed immagazzinare dati contabili, una ragazza che aves­se il diploma di ragioniera o di analista contabile.
Mi ricordo che proprio io le feci la selezione per l'assunzione.
"E' sposata? - le chiesi.
"No, non sono sposata e non penso di farlo per il momento" - fu la sua risposta
"Cosa pensa del mondo del lavoro?" -aggiunsi incuriosito.
"Ma, non so, non ho una grande esperienza ma penso che il lavoro sia un aspetto importante della vita".
"Cosa pensa della famiglia di oggi, nella società moderna?". - fu l'ultima domanda di carattere generale che le feci.
"Per me la famiglia è tutto". - rispose Simonetta - mi ricordava l'entusiasmo della mia Marisa quando era giovane allo stesso modo.
"Quando mi sposerò farò in modo di star vicino alla famiglia più che al lavoro".
Continuai con una serie di domande tecniche alla quali ella rispose con una conoscenza scolastica.
Salutandola le dissi che il colloquio era andato bene "Questa ragazza - pensai - ha parlato bene, ma quanto c'è di vero nelle sue affermazioni? Mhh... comunque deve solo mettere dei dati nel computer ed essere gentile con i clienti. Nient'altro. E' certamente timorosa nell'esprimersi, ma si presenta ordinata nelle idee e compiuta nel pensiero. Era agitata ed ansiosa. Scelsi lei.
Il primo giorno di lavoro Simonetta era emo­zionata quasi intimorita. Incontrandomi nello studio dove lavoravamo mi disse: "Grazie dottor Volponi per avermi scelto, non vedo l'ora di cominciare. Io le sorrisi e lasciai che il mio socio Ermanno comincias­se la fase di istruzione tecnica. Mi ricordo che men­tre Ermanno spiegava Simonetta annuiva con la testa e dava l'impressione di aver capito tutto. Non faceva molte domande. Alla fine della prima giornata di lavoro chiese di fare una telefonata, ci salutò e ci disse:"Arrivederci a domani!".
"Tu, eterno dongiovanni, hai messo gli occhi sulla ragazzina ... su dimmelo una volta per tutte". -mi sussurrò provocatoriamente il vecchio con gli occhi cupi e la voce rauca.
"Vedi - gli risposi - io e Simonetta ci davamo del lei nel comune rispetto delle regole sociali e que­sto sempre, fino a quel mattino del 7 agosto 1990 quando, seduti su due scrivanie affiancate, abbiamo fatto il piani di lavoro per il periodo estivo. Ci trova­vamo in via Giovanni Maggi, nel nostro studio, cioè nell'ufficio mio e del mio povero amico Ermanno, morto anni fa per tumore, sicuramente però sfinito anch'egli come me da una storia più grande di lui. Ermanno era un dirigente del Servizio Sanitario Nazionale che, a causa dei molti oneri economici familiari, era costretto a fare il doppio lavoro. Era magro, apprensivo e nel giorno del delitto si trovava lontano centinaia di chilometri da Roma. Lo hanno infangato, sbattuto in prima pagina per nutrire la curiosità popolare. "Simonetta, - dissi - non è morta nello studio dove lavorava, ma nell'ufficio di un' associazione della quale era presidente un legale, amico di Ermanno, e con il quale era stato concordato che Simonetta per qualche mese, due volte alla settima­na, doveva inserire in un computer dati contabili.
Un giorno, uscendo all'esterno della casa di cura vidi un bimbette di 5 o 6 anni, dai capelli rossi e le lentiggini sul viso, che giocava nel giardino da solo con un pallone. Lo raggiunsi camminando lentamente e gli dissi: "Come ti chiami?" "Mi chiamo Claudio e tu?" "Io, Rino" "Ciao Rino!" "Ciao Claudio!"
Giocava da solo, lanciava la palla e la rin­correva. Si rivolse a me e mi chiese:
"Anche tu sei un papa malato?" mi domandò. "Sì! sono malato, così dicono ". - risposi. "Io chiedo sempre a papa di stare con me ma non può rispondere, sembra che non abbia la lingua". "Ecco - insistette convinto Claudio - io penso che il mio papa sia malato alla lingua. Ehmm ... e poi non mi da mai un bacetto quando mi vede".
"Claudio che stai facendo?"- si sentì a que­sto punto una voce che lo chiamava Impaurita.
"Stia tranquilla signora, è con me - pronta­mente tentai di tranquillizzarla ad alta voce - ma anch'io come suo marito non le posso rispondere per­ché non ho la lingua".
Claudio mi guardò e sorrise, mise la mano vicino alla bocca e mi mandò un bacio con tanto fiato.

Alla ricerca di via Poma ...
(capitolo 5)

 

Pioveva quella mattina quando incontrai il vecchio, con lo iguardo impenetrabile e sconfinato. Mi vide arrivare ed alzando lo sguardo per salutarmi mi chiese: "Come mai tu non sapevi dove fosse l'edificio di via Poma? Mi ricordo che i giornali allora hanno scritto molto su di te, ironizzando sulla circostanza che il datore di lavoro asseriva di non esse­re al corrente di dove fosse la sua dipendente".
"Di nuovo, un altro interrogatorio?" - gli dissi -"Adesso anche tu vuoi provare a convincermi di essere l'as­sassino, il colpevole, vuoi farmi dichiarare che io sono il kil­ler di Simonetta, che conoscevo Via Poma; che ero stato più e più volte in quell'ufficio; che sapevo quante erano le stan­ze, quanti i computer installati; che nel momento in cui Simonetta è stata ammazzata stava immagazzinando dati riservati; che nell'ufficio, in quel pomeriggio c'era un signo­re tarchiato che aspettava la consegna di un pacco enorme di tabulati scottanti e compromettenti? Ma questo è delirio puro, allucinazioni ossessive. Basta! Basta con questi inquietanti ricordi; con questo massacrante lavaggio del cer­vello. Perché mi tormenti? Forse vuoi mettere sotto accusa la mia innocenza? Ebbene sì è vero, io non sapevo nemme­no che esistesse una strada a Roma chiamata Via Poma! E di certo non è un reato non sapere le cose.
"Come si comportava Simonetta sul lavoro?". - Domandò ancora il vecchio.
"Era capace, ordinata, composta e con una forte curiosità femminile per le cose, anche nascoste".
"Come era nei suoi rapporti interpersonali?" - insi­stette il vecchio.
"Certamente era gentile e scaltra, non disposta a parlare di se. Si lamentava, mi ricordo, di un rapporto un po' burrascoso con il suo fidanzato, ma si esprimeva con frasi secche che non lasciavano tempo ad una conversazione approfondita e non permettevano che qualcuno andasse a scavare nelle sue cose riservate.
Qualche volta si apriva con le amiche. Solo che un giorno fece una confidenza ad una mia nipote che, per ragioni di lavor, veniva spesso nell'ufficio di via G Maggi. Un giorno Simonetta le rivelò con entusiasmo: Sai, ho conosciuto un nuovo ragazzo.
Me lo disse quasi di sfuggita, non mi ricordo in che occasione, questa mia giovane parente".
"Sicuramente - proseguì il vecchio con tono inter­rogativo - lo avrà confidato anche ad altri suoi amici, a sua sorella o ai suoi parenti?".
"Non lo so" -.risposi.
"Ho avuto sempre la convinzione - continuai - che celasse un segreto. Intendiamoci un segreto di una ragazza giovane e sognatrice. Il segreto non è mai un peccato... ma comporta la necessità di custodirlo con il proprio silenzio".

Il segreto di Simonetta
(capitolo 6)

"Dimmi Rino - disse ancora il misterioso vec­chio, bagnandosi con cura il sigaro che aveva tra le labbra - ti ha mai confidato un segreto Simonetta?".
"Simonetta, mio caro, nel privato era tutto un segreto, troppo per una ragazza giovane. Mi confidò che le piaceva ballare, stare con gli amici e non mi spiegò il motivo per cui il suo ragazzo glielo proibi­va; per cui pur di soddisfare questa sua passione, la sera, quando lasciava il ragazzo lei, sfruttando la struttura dell'edificio dove abitava, dopo averlo salu­tato, usciva da un altra parte.
Non mi chiedere chi l'a­spettasse. Non me lo disse mai. D'altronde non erano fatti miei. Mi sono sempre domandato se fosse vero o fosse la solita bugia di una ragazza, semplice che si vuoi sentire importante.
Simonetta aveva con me un rapporto di lavo­ro.
"Suvvia - si alterò il vecchio - era pur sempre una giovane e bella ragazza: un'occhiata l'avrai pur data?".
"Simonetta era una persona molto riservata. Rapporti e dialoghi strettamente di carattere profes­sionale, con qualche battuta spiritosa, ma niente di più."

La mattina del 7 agosto 1990
(capitolo 7)

"C'è un interrogativo che mi tormenta - mi disse il vecchio, mentre io mandavo giù, senza l'aiu­to dell'acqua, una manciata di pillole - e che vorrei capire meglio"..
"Cosa è successo il mattino di quel triste­mente famoso martedì 7 agosto 1990?".
"Dimmi, e ti rispondo, senza remore o giri di parole. - lo interruppi - Ti ho accennato che io e Simonetta la mattina di quel giorno, nel mio ufficio, nell'altra parte della città, zona di Torpignattara, abbiamo preparato prima delle ferie il piano di lavo­ro; lei mi ricordò che alle 15.00 del pomeriggio doveva andare all'associazione in via Poma, per con­cludere finalmente un lavoro da tempo iniziato.
Io quel giorno dovevo necessariamente dare il cambio a mia moglie nella tabaccheria di famiglia perché il personale era in ferie.
Alla mia domanda se avesse avuto molto da fare all'associazione, Simonetta rispose che era tutto sotto controllo e che se la sarebbe cavata benissimo da sola, senza bisogno di aiuto alcuno.
Ricordo che, per dare spinta al lavoro, che sapevo doveva essere consegnato entro la fine del 7 agosto 1990, le dissi che avrei potuto fare una scappata da lei".
"Non c'è bisogno che venga - disse con voce precisa la ragazza - sono sicura di farcela. Me la sono sempre cavata da sola, non capisco perché oggi dovrei avere bisogno dell'aiuto di qualcuno".
"Posso dettarle i dati delle fatture per fare prima" - dissi.
"No, dottor Volponi, non si scomodi, le ripe­to, posso tranquillamente farcela da sola - rispose decisa la ragazza".
Insistetti di nuovo per vedere la sua reazione, ma lei, con voce infastidita e decisa mi fece capire che sarebbe stato meglio che non fossi andato in ufficio quel giorno.
Restammo intesi che in ogni caso mi avrebbe telefonato alle 18,20.
Mi chiederò per sempre il perché di quella risposta!
Perché Simonetta non voleva che andassi in ufficio a via Poma? Perché tanta resistenza? Chi aspettava Simonetta? A chi aveva dato appuntamen­to in quell'ufficio?
Faceva un caldo boia nel trailer della mia tabaccheria in quel pomeriggio di agosto, la gente era già in vacanza; un omone alto e grosso puliva il pavimento di fronte a me, ci fu anche l'interruzione del trenino per Roma Pantano. Annoiato e solo aspet­tavo che calasse il sole per andarmene a casa.
Verso le 19.00 decisi finalmente di chiudere i battenti della tabaccheria. Con la metro arrivai sotto casa e lì incontrai mio figlio e la sua ragazza che par­lavano vicino al portone.
"Abbiamo già chiuso eh?" - disse Luca sorri­dendo.
"Si, - risposi - non c'era più nessuno". Mio figlio fu uno dei primi a rimanere coin­volto in questa storia.
Polizia, magistrati, giornali, televisione si lanciarono come lupi famelici su quella creatura, ragazzo di vent'anni.
Luca tremava la notte. Io invocavo il sonno per libe­rarmi dal terrore e dagli incubi della realtà.
Muta e silenziosa era mia moglie. Soffriva in silenzio.
La triste vicenda stava già seminando le sue vittime.
Noi in famiglia soffrivamo uniti dal silenzio.
Il padre della sfortunata Simonetta, come era comprensibile, non si curò di nessuno. Esasperato dal dolore e dalla rabbia, sembrava uno schiacciasas­si e tentava disperatamente di giungere alla verità.
Era il padre, più di ogni altro aveva il diritto di sapere il perché di quella tragedia.
Mi sono piombate addosso ombre di sospetti, accuse infamanti e minacce.

Suonò il citofono
(capitolo 8)

 

Verso le 20,30 suonò il citofono di casa mia. La sorella di Simonetta, voleva sapere il perché del ritardo. Le dissi che non ero al corrente e che, data l'ora, non mi sembrava preoccupante visto che Simonetta lavorava fino alle ore 20,00.
La sorella di Simonetta ripassò dopo qualche tempo con lo stesso interrogativo e con lo stesso tono di voce. La feci salire a casa mia. Venne su tutta preoccupata ed ansimante, insieme a un ragazzo dal­l'aria ben curata. "Bisogna trovare Simonetta!" -sbottò.
"Dobbiamo andare a vedere in ufficio, nel quartiere Prati, - insistette - direttamente e subito". Io rimasi sorpreso e perplesso dalla determinazione con cui Paola voleva recarsi all'associazione. Mi sembrava che nel suo comportamento ci fosse qual­cosa di "strano", di non lineare.
Non sapevo dove si trovasse quell'ufficio, né conoscevo l'esatta denominazione sociale dell'asso­ciazione. Senza punti di riferimento diventava diffi­cile la ricerca. Dato il periodo di agosto risultò impossibile rintracciare le sole persone che potevano aiutarci a trovare il luogo.
L'avvocato non era repe­ribile, Ermanno si trovava in Calabria in un camping.
Il fatto di non sapere il nome dell'associazione ci fece perdere tempo a cercare sulle pagine gialle per tro­vare un nome associativo che vagamente avevamo in testa.
Mi sorgeva il presentimento che fosse suc­cesso qualcosa di brutto.
Verso le 21.30, mentre stavo per uscire, entrò in casa mio figlio:
"Ehi papa, dove vai?". - Mi chiese Luca guardando in modo interrogativo i due giovani che si apprestavano a venire con me.
"Simonetta, la ragazza che lavora nel mio ufficio non è ancora rincasata - replicai sbrigativo; - vado allo studio per vedere se trovo il numero di que­sta benedetta associazione".
"Vengo anch'io, - disse subito mio figlio – vi accompagno".
Il caso stava decidendo il nostro destino. Quanto dolore e quanta sofferenza dovette ingoiare mio figlio per una cosa a lui estranea, per essersi offerto di accompagnarmi quella sera in via Poma.
Il dolore della mente, il tormento del cuore mi faceva ripetere dentro di me espressioni deliranti:
"Si accomodino i signori della giustizia, si seggano sulle sedie elettriche per rispondere agli interrogato­ri. Tutti i mezzi sono leciti. Ricatti, minacce, percos­se. Tutto è permesso.
Giudici, giornalisti, vendicatori, avvocati che cosa non fanno per collocarsi in primo piano, permanomettere le indagini, per rimuovere quello che potrebbe porre in discussione la reputazione, la fama e gli interessi.
Opinionisti, specialisti, criminologi tutti insieme a scavare e veloci a seppellire, ancora a sca­vare per seppellire di nuovo ...".
Parlavo da solo nel giardino recintato mentre il vecchio mi guardava con tenerezza.
Fu una notte eterna, una di quelle notti domi­nate da sogni orribili e cattivi in cui si aspetta l'alba che pare non debba mai venire.

Quella tragica notte
(capitolo 9)

II vecchio era davanti a me come un incubo. "Ma è possibile, - sbottò duro ed implacabile - ma è pos­sibile che una strada, un numero, un posto fosse cosi difficile da trovare?"
"Ascolta vecchio, - gli replicai spazientito -Abbiamo rivoltato in quattro lo studio di via Giovanni Maggi. Infine ho trovato il numero di tele­fono di Ermanno che era in vacanza in un camping a Bianco in Calabria. Abbiamo dovuto attendere a lungo prima di potergli parlare ...".
"Rino che c'è?" - mi chiese con voce sorpre­sa e preoccupata.
Gli spiegai il fatto. Mi feci dire esattamente la via ed il numero e lui aggiunse: "Essendo un com­plesso con più edifici sappi che l'ufficio si trova entrando sulla destra, al terzo piano".
Siamo partiti con la mia vecchia Horìzont. Ero veramente preoccupato, ma non agitato.
Siamo arrivati di fronte a un grande portone ferrato chiuso ed immerso nel buio con in serbo una tremenda e tragica sorpresa. Abbiamo citofonato. Nessuna risposta. Luca, mio figlio, ha scavalcato veloce il cancello e dopo un'attenta ricerca trovava il pulsante per aprire il portone centrale.
Entrati dentro tutti, abbiamo cercato la portineria e con nostra sor­presa abbiamo trovato, dentro uno scantinato, una donna sola, seduta su di una sedia, assorta, quasi assente.
"Signora - le abbiamo detto quasi in coro -vorremmo salire al piano dell'associazione perché non riusciamo a trovare la ragazza che ci lavora. Siamo molto preoccupati perché non è una cosa soli­ta.
La donna all'inizio si è mostrata molto rilut­tante, cercando scuse banali, come il fatto che era tardi, di non sapere con precisione dove fosse quel­l'ufficio etc., ma la nostra insistenza riuscì a convin­cerla a farci salire. Prese le chiavi dell'ufficio. Io ho fatto le scale di corsa mentre gli altri per giungere al terzo piano prendevano l'ascensore. Siamo arrivati insieme davanti alla porta dell'ufficio.
La portiera appariva molto tesa; si è avvici­nata all'ingresso dell'associazione con me vicino. Ha fatto alcune mandate con la chiave ma, una volta aperto, non ha voluto entrare per prima.
Sono entrato io. Nel buio ho cercato l'inter­ruttore. Accesa la luce ho dato uno sguardo in giro ed ho detto: "Qui non c'è nessuno". Ma mentre stavo per uscire qualcuno esortò: "guardiamo meglio!"...
In ordine sparso, tutti e quattro ci siamo messi a perlustrare, chi a destra e chi a sinistra, le stanze dell'ufficio. Mi ricordo perfettamente che io mi sono diretto verso destra. In una stanza ancora buia dove filtrava un fascio di luce ho notato in terra una inquietante sagoma nera. Un freddo brivido mi corse lungo tutta la schiena. Un urlo, un accorrere di tutti. Davanti ai nostri occhi si presentava una terrifi­cante realtà di morte che mi paralizzò. Poi il caos, la confusione mentale, lo sbigottimento, il dolore, lo strazio, le urla, il pianto sconsolato ...
Seduti sul muretto della fontana dell'androne principale dell'edificio io e mio figlio piangevamo senza ritegno, avevamo visto una scena orribile, una di quelle che ti rifiuti di riconoscere come reali, ma sono lì di fronte a te a testimonianza dell'incontrolla­bile follia dell'uomo. Mentre una volante della poli­zia mi portava in Questura vidi un uomo dai capelli bianchi che indossava una maglietta anch'essa bian­ca. Stava vicino all'entrata dell'edificio ed aveva l'a­ria di essere assorto: era Vanacore che mi ha fatto molto soffrire perché una volta ha rilasciato un'inter­vista ai giornali dicendo che già prima del delitto mi aveva visto in via Poma. Perché questa bugia? Nel disperato tentativo di salvarsi rischiava involontaria­mente di trascinare con sé chiunque.

Una ridda di inquisiti...
(capitolo 10)

 

"Nell'indagine sull'orrore quanti errori!" -disse il vecchio.
"Scartata l'ipotesi del killer casuale si doveva indagare sulla coscienza di Simonetta. Inoltre biso­gnava utilizzare magistrati molto esperti ed inquiren­ti di grande esperienza e professionalità.
Insomma le figure indagatone poco professionali proprio non ser­vivano. Nel contempo ricordo che i giornali all'epoca tiravano fuori sempre nomi nuovi mantenendo a galla me e qualche altra persona per soddisfare la curiosità famelica di un'opinione pubblica frastornata e dis­orientata.
Tutti avevano una loro interpretazione dei fatti, cosicché ognuno, si sceglieva l'assassino che più rispondeva alle sue istintive simpatie, alle sue cono­scenze sociali ed interpretative provocando discussio­ni nei bar, nelle osterie, nei locali pubblici, negli uffi­ci, sugli autobus, persino nelle strade. Opinioni, suf­fragate da niente, diventavano sentenze verso questo o quel personaggio. La gente al mio apparire mi guardava in modo strano, chiedeva insistentemente la mia opinione dei fatti e mentre mi parlava mi guarda­va le mani. Così tutti i giorni, senza un momento di tregua. Di contro magistrati e poliziotti mi chiamavano in continuazione ed io sentivo che i miei nervi sta­vano per cedere, pensavo di diventare pazzo. Sapevo che uno sbaglio, una casuale contraddizione, visto il risultato negativo dell'indagine, mi avrebbe messo nei guai. Si poteva creare una falsa verità che mi avreb­be stroncato la vita".
Mentre parlavamo nella casa di cura gli altri pazienti si fermavano e per qualche istante sembrava che si interessassero, ma in realtà inseguivano altri pensieri, schiavi come erano dei propri dolori.
Anche Ermanno, mio amico e socio, finì in prima pagina perché quando non si è in grado di risol­vere le cose più carne da macello si ha a disposizione e meglio è. Insomma una schiera infinita di inquisiti che dovevano rispondere, ricordare, sentire il sospet­to sulle spalle solo per il fatto di averla vista, cono­sciuta, forse solo di averla incontrata.
Fra le voci di coloro che indagavano alta si ergeva la voce del padre di Simonetta sempre seguito da un avvocato che mi ricordava, ogni volta che lo vedevo, quel personaggio di manzoniana memoria che dibattendosi tra le carte ci finiva dentro.

I dubbi del vecchio
(capitolo 11)

II vecchio era costantemente presente come un incubo, un'ossessione che ti perseguita implacabile: "La storia non mi convince, le tante coltellate, poche tracce di sangue, la stanza ripulita, l'apparta­mento rimesso in ordine per cercare di eliminare le macchie di sangue più evidenti, la sparizione dei vestiti di Simonetta, la porta chiusa a chiave con quattro mandate. Che interesse aveva un maniaco a ripulire la stanza? Perché la porta fu richiusa a chia­ve dall'assassino quando uscì per scappare? Tu, Rino mi hai detto che la portinaia girò alcune mandate per aprire la porta. Chi ha fretta e fugge dopo un'azione così criminosa, non perde tempo a fare azioni che lo possano rallentare".
"Sì - risposi - la porta era chiusa a chiave ".
"Simonetta conosceva il killer!". - Sentenziò il vecchio.
"Vuoi dire - replicai - che ci fu un litigio tra Simonetta ed il suo assassino?".
"Qualsiasi persona, anche la più debole non si fa giustiziare senza un minimo di difesa. Urla, strilla, crea una resistenza, si dimena. Se cosi fosse stato perché nessuno ha sentito l'invocazione di aiuto? Nell'edificio regnava il silenzio, in quella maledetta giornata. E' una storia che non convince nessuno".
Anche il giorno seguente il vecchio era nel piccolo bar ad attendermi.
"Stanotte ho sognato l'assassino". Disse.
"Che vuoi dire?" - risposi incredulo.
"Aveva un coltello con una lama che luccica­va. Affondava i colpi nel corpo della giovane sventu­rata con una smorfia di piacere sul viso. Era impo­tente e criminale e l'impotenza l'ha reso omicida".

Il lamento dell'innocente
(capitolo 12)

II padre della povera ragazza uccisa mi ha dato sem­pre l'impressione di nutrire nei miei confronti solo parole di disprezzo, di dubbio, come se il colpevole fossi io, indicando agli inquirenti, attraverso i giornali o la televisione, la pista più rapida per giungere a me. Io credo che i sentimenti, sia belli che brutti, debbano avere un fondamento oggettivo alle spalle. Se si vuole bene ad una persona o se la si disprezza ci deve essere a monte un motivo reale alle spalle. Ho avuto sempre la sensazione, anzi il dubbio che accecato dal comprensibile dolore per la morte della figlia abbia sovente, con le sue bordate, involontariamente favori­to l'immagine del "mostro". L'essere stato datore di lavoro della povera Simonetta mi ha fatto pagare un prezzo altissimo. Voler giustizia è un diritto sacrosan­to, ma volerla ad ogni costo porta verso l'anarchia dei sentimenti e della ragione, fino a giungere ad atteggia­menti per lo meno discutibili come la lettera, indirizza­ta al sottoscritto ed al povero Ermanno.
Un giorno tutti potranno conoscere finalmente la verità.
Chi mi potrà lenire la tragedia subita? Una vita distrutta, una famiglia dilaniata, lacerata dal dolore? Rabbia, nausea, disprezzo sono sentimenti che non posso soffocare.
A questo punto il vecchio si avvicinò a me con dolcez­za e mi disse: " Ma quale strada, secondo il padre della vittima, si sarebbe dovuta percorrere nelle indagini?". "Sentì - replicai - penso che tutti si siano resi conto che la ragazza conosceva bene l'assassino. Dopo il delitto ci sono state delle coperture, dei depistaggi". Questo è il mistero. "E le macchie di sangue sulla porta che non erano di Simonetta che risultato hanno dato?". "Non lo so - risposi - tutte le persone sospetta­te sono state sottoposte più volte, (a me credo cinque o sei volte), al prelievo del sangue per 1' esame del grup­po sanguigno. Mi ricordo che in quei giorni sembrava che fossimo vicini alla soluzione. Tutti erano sicuri che da un momento all'altro l'assassino sarebbe stato sco­perto. Ma l'unica realtà scoperta è stato il corpo di Simonetta che la morte ha costretto al silenzio per sem­pre".
"A chi apparteneva quel sangue trovato su di una porta? Non si è mai saputo. Non è mai stato detto. Così una traccia importante e forse decisiva è svanita nel nulla".
Ad un certo punto di questa storia, nel corso degli anni, furono tirati in ballo i servizi segreti cosicché io, che avevo fatto a mala pena il soldato, fui sospettato di essere un formidabile agente.
I giornali riportavano tutti in prima pagina il delitto di via Poma ed immancabilmente pubblicavano la mia foto accanto ai loro farneticanti articoli.
Non ho mai avuto l'opportunità di manifestare apertamente la mia rabbia ed il mio dolore per la morte della cara Simonetta.
Il cordoglio per la drammatica scomparsa è stato immediatamente soffocato dallo sconforto, dalla disperazione. Ho dovuto soprattutto pensare a difen­dermi per non rimanere schiacciato sotto il peso delle pesanti accuse e non venir spazzato via dal ritmo spietato delle indagini.

Sogni, rimpianti e ...
(capitolo 13)

 

C'era una bara bianca nella chiesa di Don Bosco a Cinecittà quel pomeriggio d'agosto ed io, insie­me al mio amico Ermanno, venuto dalla Calabria, stavo in un angolo della chiesa, appoggiato ad un marmo; mi sentivo svuotato, mi ronzava la testa, non trovavo la forza di parlare: in quella morte c'era la mia morte.
Non reggevo il peso della disperazione e così scelsi di tornare indietro con la mente mentre un sacerdote dall'aria mesta pronunciava parole di coraggio ed orrore per l'atroce delitto.
"Con quanta pazienza - pensavo assorto - il bambino costruisce un pensiero usando spesso dei pezzi di carta; poi improvvisamente una voce più alta del solito, un colpo improvviso di vento, uno strillo senza senso gli spezza le idee ed i fogli di carta non si compongono più. Lui non si arrende, ricomincia a costruire. Di nuovo succede qualcosa di imprevisto che fa crollare la costruzione del pensiero ed allora un pianto disperato".
"Ma tu sognavi o seguivi la funzione fune­bre?" - mi disse con tono di rimprovero il vecchio.
"No, no c'ero. - risposi prontamente - Non c'era più il bambino ma l'adulto che vedeva attraverso il buio della vita, immerso nell'esistente tragedia, stanco, impaurito, sconfitto fino alla disperazione". Così tornai dall'analista su una sedia piccola ed una luce sul tavolo che veniva da un lampioncino a forma di cono. I miei pezzettini di carta si erano frantuma­ti, addirittura erano volati via. Io testardo avevo ripreso a costruire, ma non sapevo cosa. Sentivo dire che bisognava ricominciare daccapo, scavare nuova­mente nell'interno del subconscio, ordinare le idee. Quali idee?
Forse quelle idee che nascevano da una coscienza antica e plurimillenaria oppure quelle non sistemate dei pezzettini di carta?
Ho trascorso una vita su una poltrona di pelle nera tra aggressioni materne, complessi di inferiori­tà, incapacità di riuscire in tanti campi della vita. Quando è così stai talmente male e soffri così tanto che ti aggrappi allo psicanalista cercando di usarlo come rompighiaccio della tua esistenza. Di contro il medico che ti cura, utilizzando il tempo ed i ricordi del tuo passato, ti fa soffrire, ti scava den­tro fino a farti vomitare l'anima per cercare nel buio più assoluto quel piccolo frammento di carta.
"Ascoltami! - disse imperioso il vecchio -lascia stare; non scrivere più, perché stavolta ci lasci anche tu le penne perché certi segreti si pagano con la vita".

Mi portarono a casa della povera Simonetta
(capitolo 14)

II vecchio mi lasciò per un po' in balia dei miei pensieri.
“Ma perché le indagini non furono portate oltre?
"Si camminò sull'approssimazione. Io posso dire di me e non altro. Il giorno dopo la morte i poliziotti mi portarono a casa di Simonetta per farmi vedere la sua stanza (le torture sono sempre uguali). Mi ricordo di aver visto un letto e qualche pupazzo. Girandomi vidi su di un tavolo un testo contabile che avevo pre­stato a Simonetta ed istintivamente lo raccolsi. Immediatamente i due inquirenti me lo strapparono dalle mani cercando di trovare qualche indizio den­tro questo libro, forse un messaggio d'amore, una frase ad effetto, un biglietto di invito. Non trovarono nulla. Questo li fece arrabbiare, e come punizione mi fecero stare in quella stanza parecchio tempo.
"Vedi la stanza dove viveva Simonetta? -dicevano i poliziotti - Non ti dice niente? Questo letto è intatto perché stanotte non è tornata a casa ... tu ne sai niente?".
Mi sembrò piccola quella stanza ed invece di rispondere a quelle ovvie domande mi immaginavo con la fantasia quella giovane ragazza che dormiva, serena senza scosse né turbamenti e poi l'orrenda scena della tragedia, il sangue, l'incubo, il pianto disperato di tanta gente che le volevano bene.
Ricorderò per tutta la vita le estenuanti attese negli sterili corridoi degli ambulatori, le analisi del DNA e dei gruppi sanguigni. Ricordo benissimo lo squallo­re del posto dove veniva effettuato il prelievo del sangue: tutti in fila, si parlava solo di gruppi sangui­gni perché si era saputo che la macchia di sangue tro­vata accanto a quella di Simonetta era del gruppo A.
Eravamo terrorizzati al solo pensiero di avere il sangue di gruppo A.
Tutti aspettavano con impazienza l'esito che avrebbe potuto firmare la loro condanna. Quella sera per vincere l'angoscia e la paura di quella giornata andammo tutti e tre, in un locale presso Piazza Re di Roma, a mangiare una pizzetta. Al tavolo vicino poliziotti e poliziotte in borghese "giocavano" a fare i clienti e ad alta voce parlavano dei passaggi più crudeli del delitto. Inconsciamente, penso, attuavano una sorta di tortura che va oltre il dolore della morte e di qualsiasi altro supplizio.
"Che cosa facevano gli inquirenti durante gli interrogatori?" - tutti mi chiedevano - "Come si sono comportati i tutori della legge in questo caso?".
"Ognuno - replicai - aveva un suo metodo di pressione: c'era chi mi parlava facendo rimbalzare le manette sul tavolo; chi bluffava urlando e dicendo di avere le prove della mia colpevolezza; chi con modi gentili e suadenti tentava di estorcermi la confessio­ne . Le donne poliziotto mi sono sembrate più crude­li ancora, mi guardavano fisso da vicino come se fossi stato lo stupratore, stringendo le labbra con un ghigno dicevano al loro superiore: "allora dottore questo, adesso dove lo mettiamo?".

"La legge è uguale per tutti"
(capitolo 15)

"E' giusto questo! E' ammesso dalla legge questo stillicidio, questo lavaggio del cervello, que­sto lavorio sfibrante per ottenere una confessione, per raggiungere la verità?"
Sono momenti terribili in cui il cittadino deve trovare nuove e più forti energie per non morire di crepacuore.
Se è giusto e doveroso, per la tutela della comunità civile, che esistano le forze dell'ordine e che controllino l'operato dei cittadini, allora chi con­trolla loro che sono pur sempre uomini con vizi e difetti che alle volte si potrebbero estendere fuori della legge. Ma ci sono i superiori che indubbiamen­te controllano ... ! Si perché i superiori sono in odore di santità e poi non posso scordare quello che il mio vecchio padre era solito ripetere anche a sproposito ogniqualvolta se ne presentava l'occasione "stai tran­quillo che fra cani non si mozzicano". Questo pro­blema non è stato mai adeguatamente affrontato; ci si fida di una moralità presunta e di una divisa sulle spalle. Quella divisa qualche volta può celare una personalità debole, infantile, gli atteggiamenti spa­valdi di certi poliziotti sono la conseguenza di una fragilità emotiva. I motivi di questo comportamento possono essere tanti e quasi mai trasparenti. E' l'oscuro il vero potere delle forze dell'ordine. La rabbia è tanta. Tutti sanno, ma nessuno ne parla. Io non giu­dico la totalità dei soggetti, ma alcuni di essi.
All'esterno tutto appare tranquillo, ma nelle questure e nei comandi del nostro paese spesso si decide della colpevolezza o meno di un individuo. Spesso si assolve o si condanna prima di un processo.
Esistono tante persone che correttamente si attengono alla legge con un mentalità sana e scrupolosa.
Ma noi cit­tadini come facciamo a riconoscerli, ad applaudirli, e se serve a difenderli? Le azioni eroiche, quando ci sono, creano fiducia ed ingenerano speranza nella giustizia e nel principio che "la legge è uguale per tutti".
In Procura le cose erano più raffinate, meno violen­te, ma il pubblico ministero alto un metro e mezzo aveva l'aria di un dio convinto che io fossi il possibi­le assassino. Non usava nessuna delicatezza ed a freddo mi disse: "Eri innamorato di Simonetta?".
Avendo risposto che non avevo nessun lega­me sentimentale con la vittima, il Pubblico Ministero cominciava a tirar fuori domande a doppio senso, delle domande trabocchetto..
"Te la sei ... più volte Simonetta?". Ma a quel punto anche l'inquisitore gettava la maschera e picchiava duro senza più riguardo per il pudore.

In balia della cronaca
(capitolo 16)

"Eh già - disse il vecchio - gli inquirenti hanno sempre utilizzato strumenti efficaci ed imme­diati per raggiungere la confessione, minacciare la detenzioni, alzare le mani, tutto in nome della verità, spesso non importa quale; è sufficiente che la creda­no vera. Sono molti i casi in cui un uomo diventa un pericoloso assassino per convinzione di un qualche importante Torquemada, viene passata la velina ai giornali ( non so se c'è un compenso per quelli che la passano) e i giornalisti ti sfondano in nome della libertà di stampa, con articoli pieni di punti interro­gativi, frasi che iniziano con sembra ... forse... si pre­sume..^! deduce etc".
A questo punto la gente ti bolla, ti marchia con il sospetto, perché il sospetto infamante per l'o­pinione pubblica è una verità non accertata, una lunga parentesi della colpevolezza.
Il sospetto, a mio modo di veder le cose, sof­fre a rimanere chiuso per cui spinge verso 1' esterno.
Qualcuno si costruisce una verità a suo uso e consu­mo la propone agli altri e questa dilagando diventa un solenne giudizio finale".
Tutto questo è inquietante, soprattutto quando il pro­cesso lo fa l'opinione pubblica.
Ho vissuto una terribile storia, ho toccato la morte e per la gente ormai puzzo di cose brutte.
Ma io non ho fatto niente sono caduto in un baratro ed ho cercato di non morire.
La risposta del vecchio fu immediata: "Non importa a nessuno se ti sei salvato o meno: tu appar­tiene al delitto di via Poma".

E Luca mi disse ...
(capitolo 17)

"Volponi è desiderato in segreteria!". Cercai di alzarmi veloce dalla sedia ma un improvviso gira­mento di testa mi obbligò a sedermi di nuovo. Dovetti rialzarmi con calma, camminare lentamente per raggiungere la segreteria.
Pensai alla liberazione, quando all'improvvi­so seduto su di una sedia di finta pelle incrociai due occhi azzurri. Ebbi un sussulto, mi prese un'agitazio­ne insolita pensando che fosse un miraggio.
Guardai meglio e lui abbozzò un sorriso; a quel punto conob­bi la gioia. Non ebbi la forza di dire nulla.
"Ciao Luca" - dissi tutto di un fiato.
"Ciao pà, come stai?"
"Non posso dirti bene".
"Stai facendo le cure?".
"Sì, sì, non perdo una pillola per paura di sba­gliare.
Ma tu - dissi con voce imbarazzata - dopo tanto tempo hai sentito il desiderio di veder­mi?".
"Eh, già - replicò mio figlio - il padre è sem­pre il padre; non si può scordare".
"Ma si può abbandonare." - dissi. -"L'abbandono, vedi Luca, è segno di fragilità. Anche l'uomo più perverso del mondo, nei momenti di estremo dolore, quando si gioca la partita finale ha diritto alla pietà. Se non è così, lascia perdere, per Cristo, e vivi come tua madre che della sola vendet­ta si mitre da una vita. Guarda figliolo che la vendet­ta distrugge la bellezza dell'anima incrudelisce le azioni.
Stai tranquillo, tra noi purtroppo non sarà mai più come prima. Non ci saranno più lettere, telefona­te, cartoline di Natale. Ricordo con nostalgia quella che tu avevi incollata sul tuo letto".
"Vedi papa - disse Luca - a parte la rabbia per le tue scemenze, ci sono i fatti avvenuti nel cuore della famiglia, una famiglia onorata. Ho sempre saputo di avere un padre che non accettava la vita che viveva; sempre con la testa in mezzo alle nuvo­le. Mai avevo pensato ad un padre che si facesse sog­giogare dall'altrui furbizia malandrina".
"Le cose non stanno così. Ancora prima di via Poma stavi lontano da me. Mi guardavi e fuggivi ed io mi disperavo. Di tua madre non parlo, solo il silenzio la raffigura.
Oggi sei distrutto e non solo per il dramma che ci ha colpito e travolti. Hai ragione, è difficile darti torto. Tutto è andato storto.
Sembra una maledizione, ma nella mia vita ho sempre avuto bisogno di un qualcuno da ascolta­re. Non era mai sufficiente la mia sapienza: avevo bisogno di qualcuno che arasse per me un piccolo terreno per poi farselo pagare a caro prezzo.
Un sognatore, un burattino un egoista senza rimedio, un prepotente, un debole? Cosa pensi che io sia?
Ho sbagliato tutto. Ma i miei errori hanno un significato, una storia alle spalle come tutti gli sba­gli; Lo squilibrio da sempre è parte di me. Questo non me lo sono dato, mi è piombato addosso, è venu­to da dentro o da fuori non so dirti proprio".
Ci fu un attimo di silenzio tra noi. Si alzò da dove era seduto, mi guardò come quella tragica notte e fuggì.
Rassegnato mi avviai stremato verso la mia stanza, presi un sonnifero che tenevo nascosto nel cassetto e mi misi sul letto con un unico desiderio che era quello di dormire e dimenticare. Solo il sonno affranca l'uomo dalle fatiche e dal dolore. A notte inoltrata sentii una mano che mi carezzava i capelli, sognai che fosse mio figlio che era tornato indietro. Feci fatica ad aprire gli occhi ma nella penembra, per effetto di un fascio di luce che veniva dal corridoio, intravidi la snella figura di Federica."Che fai tu qua?" - le chiesi.
"Sono qui per te, - sussurrò - perché ti ho visto oggi mentre parlavi con tuo figlio. "Eri come un moribondo che aspettava un cenno da lui che poteva salvarti".
"No! - replicai - tu non sai. Non conosci la storia. Eravamo felici ... mi credeva un dio e, come tutti sanno, gli dei hanno sempre tradito gli umani.

Io, mia moglie e ...
(capitolo 18)

"E' mai possibile che abbia solo fatto del male alla famiglia?".
"Che posso dire, cara la mia ragazza, forse l'analisi ventennale, la moglie riottosa, il mostro sempre in agguato mi hanno reso vulnerabile. Ogni mia azione era considerata un dovere da assolvere, un'azione terapeutica e quindi non c'era mai un sorri­so che mi aspettava. Ho sempre sentito dentro di me il dovere di giustificare il mio modo di essere con mia moglie. Nella mie pazzie non è mai stata al mio fianco, anche quando mi sosteneva. Mi ha regalato trent'anni di solitudine intcriore, con inflessibilità ed intransigenza gesuitica ha sempre evidenziato sola­mente i miei errori. Nemmeno nel corso dalla mia malattia ha saputo difendermi dagli altri che mi spu­tavano in faccia; non le è interessato affatto che il male avanzava di nuovo; anche un cieco si sarebbe accorto che ero nelle condizioni di squilibrio menta­le; così facendo ha ingannato anche il figlio, ha chiu­so la porta di casa di mio figlio ed ha messo il luc­chetto. A questo punto il distacco tra noi era diventa­to incolmabile.
Ma ho sempre giustificato dentro di me tutti. Un senso di colpa mi struggeva e puntualmente perdevo la partita con me stesso. Non ho mai goduto dei miei successi né delle mie azioni positive perché il male oscuro non me 1' ha mai consentito.
Al di là del mio male, non eravamo fatti l'uno per l'altro. In mezzo a tanto sfacelo c'è almeno una cosa positiva che possiamo dire: essere riusciti a vin­cere l'ipocrisia che mantiene insieme tante coppie della nostra generazione. Mi auguro che possa trova­re quella serenità che ha sempre cercato.
Abbiamo perso tutti e non solo per colpa nostra".

Paola, sorella di Simonetta
(capitolo 19)

Era di umore nero, il vecchio se ne accorse e mi fece a battuta sulla Lazio, la mia squadra del cuore, poi improvvisamente mi chiese: "Come si comportò, in quei giorni, la sorella di Simonetta?".
"Era una donna curata, - dissi - con una grande voglia di stare al centro dell'attenzione. Forse neanche lei immaginava tanto clamore da parte dei mass media, come tutti. E su quell'onda di protagonismo si parlava, si sparlava, si alludeva, si indicavano fatti, si emetteva­no giudizi su persone e cose.
Io la conobbi, a parte quella tragica sera, trami­te i giornali, dalle sue interviste televisive sempre immersa nella tragedia. Poi nel corso degli anni, mentre il padre cercava di tirare le fila del terribile dramma, è uscita di scena, improvvisamente.
"Stasera c'è Lazio - Roma in televisione e noi abbiamo un rigore a favore all'ultimo minuto mentre la partita è sul risultato di parità". "E1 fatta, - mi dico - li battiamo! Macché, il portiere della Roma si distende sulla sua sinistra e para". Io impreco e chiudo il televisore.
Cammino lentamente per le strade di Roma. Il sole brilla alto nel ciclo. Fasci di luce attraversano le verdi foglie degli alberi e si riflettono sui miei occhiali; scorre il Tevere nei pressi di Ponte Milvio, ed a rimirar­lo su dal ponte vedi il rovescio dello stesso riflesso nell'acqua. Oddio come è bella Roma! Accoglie chiunque e sembra distendersi sul letto del suo fiume come una giovane donna.
Sembra un quadro fresco di Francisco Goya.
Nervosamente leggo più volte i numeri di tele­fono che sono memorizzati sul mio telefonino; sono pochi: quello di Luca, della nostra tabaccheria, quelli dei miei fratelli e quello di un amico, Franco. Ci cono­sciamo da sempre, non mi ha abbandonato come hanno fatto i borghesucci onorabili. Non è superficiale, anche se in modo rude vive profondamente i sentimenti, li antepone anche ai suoi interessi personali. Lo ringrazio sempre. Lo ringrazio di essermi stato vicino. Sono orgoglioso della sua umanità. Gli altri? Lasciamo per­dere!
Ah! Dimenticavo. Avrei voluto regalare a tutti qualche spicciolo delle vecchie lire per invitarli a tele­fonare ad un amico in difficoltà. Non li rimpiango.
Il passato non si cancella e vivere con i ricordi, non importa se sono tristi o gioiosi, alle volte è l'unico modo per farsi compagnia.

Ho rivisto via Poma
(capitolo 20)

Vagavo parlando da solo ed il suono delle mie parole mi facevano compagnia. Quel giorno, dopo tanti anni, rividi via Poma, quel triste palazzo che custodisce la ragione di quella morte, unico testimone di una storia ancora viva perché vivo è ancora il bisogno di sapere chi è stato, chi ha marto­riato la povera Simonetta, che cosa è successo il 7 agosto del '90.
La verità è un atto dovuto ai parenti, alla società ed a me.
E' sera e devo tornare nella casa di cura, si accendono i fari delle macchine che veloci scorrono lungo l'Aurelia, le luci di un bar sfavillano mentre i tavoli piccoli e quadrati sono complici dell'intimità della persone; guardo due giovani che teneramente si sorridono e si accarezzano bisbigliando parole incomprensibili. Lentamente mi allontano e le luci della città si fanno sempre più piccole e, per uno stra­no gioco ottico, sembra si accendano e si spengano come lucciole mentre nell'oscurità emerge il mostro delle malattie mentali.
Uno squillo ripetuto due volte. La porta si chiude alle mie spalle. Sono di nuovo dentro.
A letto quella sera non sono riuscito a prendere subito sonno. Guardavo e ricordavo quel palaz­zo, vedevo salire Simonetta e di lì a poco un'altra persona che non le permise mai più di uscire.
"E' un palazzo come il labirinto di Minosse -pensai - dove le uscite sono tante e nessuna è mai la stessa? A che ora doveva sparire il cadavere di Simonetta? Perché il Killer ha avuto tanta cura nel ripulire tutto?".
Immaginai di esserci andato veramente quel pomeriggio, chissà forse l'avrei salvata oppure sarei stato ammazzato anch'io. Quella notte fui preso da un tremolio senza fine, un dimenarmi frenetico, con­tinuo che precede, anticipandolo di poco, l'attacco di panico. Chiamai il medico di turno che mi dette alcu­ne pasticche da prendere subito. Pian piano il tremo­re si placò ed io tornai di nuovo con la memoria ad un altro pezzo del mio passato.

Il ritorno tra i 'Viventi"
(capitolo 21)

II sonno mi rapì improvvisamente. Il mattino seguen­te, dopo la visita dei dottori, fui dichiarato guarito, il pomeriggio sarei potuto uscire. Incontrai Federica nel salone di riposo e subito gli comunicai la notizia che di lì a poco sarei potuto uscire. Questo fatto la sconcertò a tal punto che gli occhi le si riempirono di lacrime e mi strinse in un abbraccio prolungato.
"Dio! Così rimango sola di nuovo - disse tra un singhiozzo e l'altro di pianto - torno senza speranza nel­l'inferno. Senza di te prenderà in me il sopravvento la voce che mi tormenta".
Le misi un dito sulle labbra e dolcemente gli dissi:
"Non parlare, le parole adesso sono vento, trat­tieni in te il sentimento che provi per me e ... io e te sta­remo insieme fino alla fine. La vita, Federico, quella dei sentimenti è una continua speranza che giornalmente si spegne, a tratti riluce e la tua anima gioisce, poi si affie­volisce di colpo fino a morire. Ecco questo non deve succedere mai!".
Io aspetto con ansia l'ora in cui uscirai, te lo giuro, dolce fanciulla, ma tu cerca di combattere, di dominare la voce dannosa che ti perseguita; solo così ti riapproprierai della tua sorte". "Ti amo - sussurrò Federica - perché sento che il cuore mi batte forte quando ti vedo, credo alle tue paro­le e sono sicura che ti ritroverò".
"Va bene così - risposi - tieni sempre il telefoni­no acceso perché la mia voce sarà la tua compagnia e non ti sentire inutile perché io sono solo ed ho tanto bisogno della tua umanità, della tua persona". Sorrise Federica e per non soffrire del distacco si girò di scatto e raggiunse la sua camera.
Rimasto solo io tornai a pensare alla mia libertà; sentivo una nuova spinta verso l'esterno come capita agli esseri umani nei momenti di gioia. Feci velocemente la vali­gia, piegai con cura il foglio della terapia ed andai a salu­tare i volti più noti e le anime più flagellate. Cercai anche lui il vecchio perché ero ansioso di salutarlo. Lo cercai dappertutto, chiesi a tutti dove fosse, ma nessuno lo sapeva. Istintivamente guardai in ciclo e sorrisi....
"Mi raccomando - mi disse il medico - segua la cura!".
Salutai con un sorriso l'impiegata di turno alla reception, presi la valigia e mi incamminai per raggiungere la sta­zione ferroviaria. Stavo ricominciando un altro capitolo della mia vita.
Al bar della stazione vidi una persona che beve­va un caffè, la riconobbi subito:
"Ehi vecchio - dissi - chi hai deciso di punire?".
Non rispose, si avvicinò a me e mi abbracciò. Ero commosso.

Il trenino delle Laziali
(capitolo 22)

"Anche tu, - disse il vecchio - in preda al delirio, hai dubitato per un momento della tua innocenza.
Volevano convincerti a tutti i costi che tu avevi ucciso Simonetta. Affermare di non averlo fatto non era suffi­ciente".
"Così anche tu - replicai - mi avevi già condanna­to?".
"No figliolo, - mi rispose dolcemente - era il dilemma che ti lacerava l'animo fino alla follia. Io sono sempre stato convinto della tua estraneità, anche quando in preda al delirio volevi addossarti la colpa. Tu non sei capa­ce di uccidere. Tu non potevi sapere che il trenino che col­lega la stazione Laziale a Pantano aveva avuto per qualche ora, una interruzione dovuta ad un guasto sulla linea e non potevi trovarti in via Poma ad uccidere in preda alla follia. Lo stop non previsto del trenino durante quel pomeriggio del 7 agosto 1990 è un particolare unico e singolare che solo chi lo ha vissuto lo può raccontare. E poi, lascia che te lo dica, ami troppo la vita per volerla togliere agli altri.
Nonostante le disavventure della tua vita hai ancora gli occhi chiari, trasparenti che raccontano senza parlare".
"Grazie vecchio - ribattei commosso - hai deciso di incontrarmi tra gli uomini, lontano dalla clinica, perché tra gli uomini mi volevi assolvere. Non importa se in un bar della stazione o dentro un'aula di un tribunale. Il tuo giudizio è l'unico giudizio che conta per tutti ".
"Ora è tempo che io vada - concluse il vecchio - e se non ci dovessimo mai più vedere io ti dico: Forza Roma!".
Avevo entrambi gli occhi lucidi. Senza più parlare vidi le larghe spalle prendere la salita della clinica, si girò una volta e con la mano mi salutò.
Il vecchio è una stella lucente nel buio in cui vivia­mo, una sorgente d'acqua pulita alla quale possiamo anco­ra dissetarci. Alla stazione Aurelia presi il treno per torna­re a casa. Arrivai che cominciava a far buio. Trovai un silenzio di tomba, l'animo si rabbuiò di nuovo, posai le poche cose che avevo con me ed uscii sbattendo la porta. Le luci delle case cominciavano ad accendersi, la gente rientrava dopo una giornata di lavoro ed io immaginavo una qualsiasi famiglia che a tavola si raccontava la storia di una giornata; figli e genitori stanchi, ma insieme si aiuta­vano si confidando le proprie avventure vissute durante il giorno. Mentre camminavo da solo per le strade della peri­feria romana ripensai a quel cimitero di vivi lassù, proprio in cima alla collina dove era rinchiusa Federica, al vecchio senza nome, ai medici che la mattina dopo, come tutti i giorni, avrebbero fatto il giro dei malati, al mio vicino di letto un po' guascone ma assai infelice. Volevo tornare lassù dove stavano i miei sentimenti ma non potevo mol­lare. Riprii la porta di casa accesi la luce e me ne andai a letto. Il giorno dopo dovevo ricominciare a lottare. Quella notte con gli occhi sbarrati rimasi preso dall'incubo di quell'omicidio.

L'incubo della polizia
(capitolo 23)

Attraverso la finestra di casa mia filtrava un fascio di luce color della luna; era lo stesso che mi fece trovare il corpo esamine di Simonetta diste­sa sul pavimento. Il mio sguardo era fisso per terra mentre la mia mente riproponeva la scena del delitto che una luna spietata aveva illuminato in una calda sera d'agosto.
Mi accorsi all'improvviso di avere la gola secca e così, in preda ad uno strano sentimento di paura, andai in cucina a bere un bicchiere d'acqua. Fu un gesto più teso a scacciare l'angoscia che a disse­tarmi. Mentre mi infilavo nel letto, squillò ripetuta-mente il telefono.
"Oddio, - dissi - chi sarà a quest'ora?". Guardai con ansia la sveglia che segnava le cinque e trenta ed ebbi subito paura.
"Eccoli, arrivano, - pensai - vengono a pren­dermi. Vogliono interrogarmi di nuovo con crudeltà scientifica. E' sicuramente quell'ispettore di polizia che mi trattò con tanta rudezza durante le indagini? Ma perché mi vuole interrogare di nuovo? Vogliono convincermi a tutti i costi che sono il colpevole, l'as­sassino. Vogliono sempre interrogare. E' un incubo senza fine".
"No - dissi a me stesso - non rispondo".
Il trillo del telefono era insistente, continuo, come gli assalti alla mia innocenza.
"E se fosse una persona che amo? Qualcuno che si sente male e che ha bisogno di me? - pensai con l'animo in subbuglio - Ma io non ho più nessuno che pensa a me. Chi mai può avere più un pensiero per me?".
"Prendi le medicine, prendile tutte" - anche mio figlio insisteva. Il telefono suonava senza sosta, implacabile, continuo, incessante. Decisi di rispon­dere.
Una voce, quasi dall'oltretomba mi disse: "Non devi morire, non sei morto, la verità ha bisogno di te.".

ore 17,30 ... ci vediamo in via Poma
(capitolo 24)

"Per la miseria - replicai - sei ancora tu vec­chio? Mi stai chiamando certamente dal buio dell'in­ferno!".
"Sì, ti devo parlare, interrogare di nuovo".
"Di cosa?" - dissi, impaurito..
"Del delitto di Via Poma, amico mio, perché la chiave dell'uccisione di Simonetta potrebbe avere un'altra serratura e tu hai la chiave, possiedi il codi­ce, conosci la password".
"Basta! Non ne voglio più sapere di questa storia! Lasciami morire in pace, non tormentarmi".
"No - replicò - noi abbiamo bisogno di te, della tua confessione. Domani ci vediamo a Via Poma."
"Va bene - replicai - dove ci vediamo?"
"A via Poma". - disse.
"A via Poma? - risposi balbettando - Ancora? perché? Che c'entra andare lì? Quel palazzo mi da i brividi".
"E" proprio per questo - ribattè la voce - per­ché io voglio sedere con te di fronte alla bocca del­l'inferno".
"A che ora ci vediamo?" - fu la mia doman­da.
"Alle cinque e trenta - mi rispose - L'ora della morte, quella di Simonetta".
"Va bene - dissi - a domani".
Ormai anche la notte stava per morire ed io non avevo più sonno. Mi girai nel letto senza sosta.
Trascorsi la mattina esausto e tramortito sul­l'onda delle note prepotenti ed ossessive del piano­forte di Mozart.
Verso le 16,30 mi avviai verso la metro con una strana agitazione, come se io fossi stato il responsabile del massacro. Scesi alla fermata di Lepanto, feci la strada che porta a Piazza Mazzini.
Ad un certo punto girai sulla sinistra, alzai gli occhi ed orribile mi apparve quel giallo che ancora tinteg­gia il mostruoso palazzo di via Carlo Poma. Mi avvi­cinai con cautela, con i piedi pesanti e la testa che mi ronzava.
Mi dovetti fermare a pochi passi dal portone, mi aggiustai la cravatta ed aspettai il vecchio.
Lui comparve all'improvviso, mi sorrise mentre si avvicinava allargò le mani per un affettuo­so abbraccio, senza dire nulla. Il vecchio nei momen­ti importanti creava silenzio perché solo così riusci­va a sentire il coraggio o la paura dell'altro, e lenta­mente accendeva il solito mozzicone di sigaro. Così fece anche questa volta. Il rituale era rispettato.

Il computer conosce l'assassino
(capitolo 25)

"C'è un'altra strada che porta al delitto, vero! - mi disse.
"Quale?" - chiesi inorridito.
"Tu mi dicesti che Simonetta era lì in via Poma per inserire dei dati, giusto no?".
"Sì - dissi - era il compito che dovevamo, come studio commercialistico, svolgere per conto dell'Associazione".
"Simonetta, dimmi, aveva già altre volte inserito i dati in questo computer?".
"Certamente sì, - fu la mia risposta - visto che da metà giugno stava portando avanti il lavoro con il mio socio Ermanno ed un tale".
"Chi era questo?" - chiese ancora.
"Un signore distinto, un ragioniere dell'Associa-zione". - risposi.
"Quindi - replicò il vecchio - ella era ormai in grado di avviare il computer, inserire la password, aprire i file e lavorare normalmente".
"Certamente sì, - aggiunsi - infatti Ermanno, prima di partire per le vacanze, mi aveva informato che stavano lavorando, lui e Simonetta, sul computer inserendo dei dati".
"Ebbene - disse secco il vecchio - quel gior­no Simonetta non ci riuscì ad accedere ai file del computer tramite il codice al punto tale che dovette chiamare una signora, una impiegata dell'Associa­zione la quale si trovava in un altro posto e che cercò di aiutare Simonetta nell'operazione senza peraltro riuscirvi".
"Così, più o meno, mi risulta" - fu la mia risposta.
"Tu sai - chiese il vecchio, con tono preoccu­pato e allarmato - che gli investigatori a quel tempo non trovarono nessun file dentro quel maledetto computer?". "Che cosa vuoi dire?" - gli dissi sbigottito
"Semplice - tagliò corto - quel computer era un morto a cui avevano tolte le interiora per essere imbalsamato".
"E' sconcertante - replicai - allora c'era una organizzazione o qualcuno che avevano interesse a togliere informazioni scottanti da dentro quel com­puter ed eliminare così l'unica testimone del loro segreto".
"E già - continuò il vecchio - le coltellate dovevano in questo caso sviare gli inquirenti, far cre­dere che si trattasse di un delitto passionale opera da un killer di passaggio, un giovane complessato, un vecchio respinto. E poi tutto fu pulito; pensa, gli investigatori non trovarono nemmeno una impronta che potesse dare qualche indicazione. Sembra che, per rendere ancora più credibile, la storia di un delit­to passionale a Simonetta gli fu inferta una coltellata fin dentro al ventre".
"Caro vecchio, - aggiunsi terrorizzato - qui ci scottiamo le dita, se non ce le bruciamo completa­mente, o ci bruciano come hanno bruciato quello vicino a piazza Farnese. Una storia così vede in peri­colo anche chi scrive".
"Per me - continuò il vecchio - questa ipotesi è l'altra pista che sbarra la strada al delitto passiona­le. Altre ipotesi non ne vedo. In questa maniera i binari dell'indagine sono paralleli ed hanno tutti e due la stessa forza".
A questo punto vidi che il vecchio si intristì e dolcemente, ma con tono determinato mi disse: "Questa storia non può finire così, bisogna far riapri­re il caso, bisogna trovare l'assassino e i suoi male­detti complici".
"Hai ragione, vecchio! - risposi con fermezza - Anche se tutto è andato storto, anche se sarà impos­sibile per me ritrovare un decente equilibrio, anche se nessuno più ridarà alla famiglia quella sfortunata ragazza, noi dobbiamo provare a cercare ancora".
A questo punto il vecchio guardò l'orologio mi sorrise uscendo di corsa dall'edificio di via Poma perché ormai era tardi e doveva tornare in tempo nella clinica.

L'indagine su via Poma, pilotata dall'alto?
(capitolo 26)

Riporto integralmente qui di seguito, in corsivo, solo a titolo di cronaca, l'articolo di G. Zicari, pub­blicato su "La Nazione" il 4 febbraio 1996, e che non condivido e non posso far mio, (di conseguenza anche il commento che segue), invitando il lettore ad inter­pretarlo, alla luce dei capitoli 35 - pag. 107 (ultimissi­me da via Poma e ... le altre), 38 - pag. 119 (dulcis in fundo), 39 - pag. 121 (mehr licht - più luce), capaci di inquadrane, limitarne e precisarne il significato. "Il racconto di un Commissario. L'indagine su Vìa Poma è stata pilotata dall'alto. La fìtta nebbia che ha impedito fino ad oggi di far luce sull'assassinio di Simonetta Cesaroni, si va diradando. Una svolta cla­morosa si è registrata in questi giorni con l'interroga­torio del Commissario Antonio Del Greco, ad opera del procuratore Aggiunto Italo Ormanni e del Sostituto Cesare Martellino. Si tratta del funzionario di Polizia che svolse le prime indagini coordinate dall'alloro Capo della Squadra Mobile, dottar Nicola Cavaliere. Antonio Del Greco è stato invitato a spiegare perché alcuni documenti utili alle indagini sul delitto di Via Poma si trovassero in una cassetta di sicurezza in uso al pregiudicato austriaco Roland Voller e intestata alla Questura di Roma. Voller venne arrestato con l'accusa di aver tentato di depistare le indagini sia sull'uccisio­ne dì Simonetta Cesaroni, sia sullo strangolamento della contessa Alberica Filo della Torre, all'Olgiata nel luglio del '91. Nel corso dell'interrogatorio, il Commissario ha dichiarato che tutte le indagini sul delitto di via Poma, dove a suo dire c'era un concen­trato di Sisde sotto varie sigle, vennero pilotate dal­l'alto. Invitato a spiegarsi meglio, di fronte all'ipotesi di una incriminazione per favoreggiamento, Del Greco ha riferito che il Prefetto Vincenzo Parisi, all'epoca Capo della Polizia, telefonava quotidianamente al commissariato Flaminio raccomandando a lui e al dottar Cavaliere "la massima prudenza". Un'altra rivelazione sorprendente del Commissario riguarda il genero di Parisi, il commissario Sergio Costa, all'epo­ca funzionario del Sisde. Il Costa, a detta di Del Greco, si recava quotidianamente in via Poma 2, nell'ufficio in cui lavorava la Cesaroni, per consultare e ritirare i tabulati con i nominativi che la ragazza inseriva nel computer. Nominativi che servivano anche ai servizi per selezionare giovani stranieri da addestrare alla carriera di 007, e ad alcuni disinvolti trafficoni per altri usi illegittimi. Secondo il teste le visite di Costa nell'ufficio dove lavorava Simonetta erano di carattere istituzionale perché quell'ufficio in realtà era una dependance del Sisde. Secondo quanto dichiarato a verbale dal Commissario Del Greco, una volta sfuma­ta l'accusa contro il portiere Vanacore, sempre dall'alto ci furono pressioni e manovre per far cadere i sospetti sul giovane studente Federico Valle. A questo scopo sarebbe stato attivato l'austriaco Roland Voller. II ruolo di Voller non si limiterebbe a quello di confi­dente ma si proietterebbe anche nella gestione di società fantasma delle quali è amministratore unico. Il giovane Valle e la sua famiglia hanno preannunciato la costituzione diparte civile contro il Voller e il Ministro dell'Interno".
"Il lavoro degli inquirenti si fa dunque sempre più interessante e proficuo, - sono parole di Gabriella Pasquali Carlizzi, misteriose ed inquietanti - e ciò dimostra che la nuova pista di indagini è quella giusta, nonostante si debba ammettere ancora una volta la pre­senza dell'Antistato anche là dove si è tentato di camuf-fare il crimine dietro l'orrore ad opera di maniaci inesi­stenti. In realtà sarà ormai assai difficile sostenere la tesi del delitto passionale, anche perché oltre al Commissario
Del Greco sono stati interrogati altri 'addetti ai lavori', i quali timorosi di sentire sui polsi il metallico suono click-click, hanno portato i magistrati sul sentiero di chi, grazie all'impegno dei Ros dei Carabinieri sembra essere osservato da vicino da molti mesi, nonostante percorra l'Italia in lungo e in largo. Speriamo che l'impegno dello Stato non si esaurisca prima della pazienza dei cittadini, ormai troppo stanchi dei processi all'Italiana".

Profezia, delirio o verità?
(capitolo 27)

Le note di diario che seguono sono state realizza­te circa un anno fa, quando ancora non si venti­lava la volontà di riaprire le indagini sul Giallo di Via di Poma.
Ecco quello che sono riuscito a ricostruire, a mettere insieme mentre attorno a me c'erano solo macerie, crolli e schianti di vite, di speranze, tra insi­die mortali, depistaggi diabolici, disperazioni e minacce subdole, perché la verità è reclamata impe­riosamente dal corpo orrendamente straziato della povera Simonetta; esigita da tante vite distrutte, ma non rassegnate anzi determinate ad uscire fuori dal tunnel in cui erano state gettate; voluta dalla giusti­zia e dalla vita che non si lasciano intimidire da chicchessia.
A 14 anni dall'omicidio di Simonetta Cesaroni, l'indagine riparte con mezzi supersofisticati. Gli investigatori tornano sul luogo del delitto.
Il fascicolo dell'inchiesta sulla morte della giovane segretaria, in tutto questo tempo, è sempre rimasto aperto, ma di recente sono entrati in scena i superesperti dell'arma e stanno provando a ricostrui­re la scena dove la ragazza venne uccisa con 29 col­tellate.
Claudio Cesaroni, padre della vittima, si è sempre lamentato della scarsa volontà investigativa manifestata dalla magistratura e mi è sembrato di notare nei miei confronti un implacabile rancore ed una incomprensibile volontà persecutoria.
Dopo quattordici anni la memoria collettiva è ancora accesa e le ferite prodotte sui numerosi inda­gati sanguinano e fanno ancora soffrire terribilmen­te.
In quel condominio nato negli anni Trenta, il colore delle facciate è rimasto quello che era, giallo che tende all'ocra. E' così immenso l'edificio che quando ti affacci nel vasto cortile, al centro una fon­tana rettangolare, sembra quasi di trovarsi nella piaz­zetta di un paese.
Ci sono diverse circostanze che fanno pensa­re che l'autore dell'omicidio avesse qualche relazione con quell'ufficio.
Sembra che gli inquirenti abbiano deciso di partire da elementi mai presi in esame. La mia volontà è: chiarezza su tutto, e senza veli.
"Che piaccia o no a chi fino ad ora ha prefe­rito non interessarsene, purtroppo nella mia veste di testimone, direi che tutte le strade percorse dal mostro portano a Roma. Tra l'altro ho motivo di pen­sare che alcuni delitti rimasti insoluti, come pure alcune scomparse storicamente note, siano riconducibili alla medesima organizzazione della cosiddetta Rosa Rossa, mandante anche dei delitti in Toscana.
Ma via Poma si trova a Roma, e la famiglia di Simonetta Cesaroni ancora dopo quattordici anni non sa chi uccise la ragazza, non sa chi faceva com­parire sulla tomba quel misterioso mazzo di rose rosse, che casualmente il criminologo del SISDE Francesco Bruno, fece notare nel suo libro Analisi di un Mostro!".
Sono parole proferite, se non erro, in un dis­corso incentrato sul Mostro di Firenze, da Gabriella Pasquali Carlizzi da cui avrò modo trarre più avanti abbondanti citazioni e che mi daranno l'opportunità di lanciare ipotesi e tesi coraggiosissime, al limite del reale e della provocazione, ma probabilmente le sole che ci permetteranno di provare a gettare un fascio di luce nuova sul buio spesso ed assordante che avvolge l'orribile delitto di Via Poma.
A chi le chiese cosa pensasse della recente riemersione del caso Via Poma, rispose in maniera enigmatica ed occultica:
"Maghi, assassini e adoratori del diavolo, menti eccelse. Puoi anche catturare il gregario che massacra per un pugno di soldi, trenta danari per obbedire, per vendere l'anima, ma dietro a tutto que­sto ci sono menti diaboliche, dotate di fortissima per­sonalità, di carisma."!
Nessun altro avrebbe imboccato questa stra­da con il coraggio dimostrato dalla Carlizzi. Ci sono tempi da recuperare e difficoltà tecniche, ma lei forse ha la capacità di guardare in fondo all'Abisso, senza paura.
Sia ben chiaro non sono in grado di verifica-re personalmente la fondatezza di quanto riferito dalla signora, credo ancora al vaglio della Magistratura, perciò non le posso far mie, ma mi risulta che, su questo versante, la indomita dottores­sa non sia stata denunciata per diffamazione a mezzo stampa. Del resto tutto quello che ho menzionato e che riporterò in seguito si trova, nero su bianco, con i dovuti omissis, sul periodico "l'altra repubblica" (1995 - 1996) o nel sito www.giustainformazione.it, non certo oscurato, a conoscenza degli inquirenti, e che invito a visitare per una più esaustiva e diretta visione delle cose, per correggere e completare even­tuali lacune o imperfezioni che posso aver commes­so nel riportare fatti ed espressioni.
Notizie di pubblico dominio, dirompenti e di una violenza inaudita che riporto a titolo di cronaca e di una qualche affinità con la mia testimonianza densa di esasperazione e sofferenza illimitata.
I testi del sito sopra citato si rifanno, vengo­no preceduti o confermati dagli articoli di Gabriele Ratini, comparsi su II Difensore Civico che da ampio spazio e risalto ad alcune ipotesi, confortate da ripro­duzione di documenti, sull'orrendo delitto di Via Poma.
Vale la pena qui ricordare che verità storica e verità processuale possono non essere coincidenti.
Al giornalista che chiedeva alla dottoressa Carlizzi: "Quando parla di ritardi si riferisce a inge­renze di qualche genere da parte di poteri occulti?".
La sua risposta non si faceva attendere: "È una sporca guerra fra 007! Già nel 1995 denunciai che c'entravano i servizi segreti - Screditare è un po' come uccidere. Insinuare il dubbio è come far fuori.".
"Ma è mai possibile, - continua l'intervistato­re - che lei abbia la verità del terrificante giallo di
Via Poma?".
A questo punto le parole della Carlizzi mi sembra diventino sempre più precise e circostanzia­te.

"Ciò che ho visto e sentito"
(capitolo 28)

“...Da anni cercano di mettermi il bavaglio su una vicenda che casualmente mi ha visto testimone di circostan­ze che potrebbero rivelarsi utili ad un'inchiesta che pare non riesca, non possa e non voglia arrivare alla verità. Da quel 1990 ho subito di tutto: minacce, intimidazioni, provocazio­ni, discrediti; ogni volta che tentavo di andare a raccontare ai magistrati ciò che avevo visto e sentito mi si aggrediva con i mezzi più meschini da parte di quegli stessi poteri occulti che oggi, nel delitto di Via Poma, sono finalmente nel miri­no degli inquirenti ...".
Pur riservandosi di completare il puzzle davanti alle autorità competenti, a condizione di ottenere garanzie di incolumità e protezione, le sue indicazioni mi sembrano già eloquenti e precise, anzi sconcertanti.
"... Era il sette agosto del 1990. Mi trovavo in vacanza con la mia famiglia a Porto Santo Stefano.
Mio marito quel giorno doveva recarsi a Roma per lavoro e mi chiese di accompagnarlo. Alle sei del pomeriggio avrebbe dovuto incontrarsi con delle persone in uno studio fuori sede, in Via Poma 4.
Arrivammo alle sei meno cinque circa Mi consigliò di rimanere in macchina, giacché se ne avessi avuto bisogno avrei potuto utilizzare l'aria condizionata e il telefono. Mi avvertì che tale incontro si sarebbe protratto per oltre un'ora. La Mercedes era parcheggiata di fronte al cancello di Via Poma 2.
Mi misi a leggere dei giornali, ma verso le sei e un quarto, minuto in più minuto in meno, fui inter­rotta dalle voci concitate di un uomo e di una donna che pro­venivano dal palazzo. La discussione si animava sempre di più ed io mi resi conto osservando quasi tutte le finestre chiu­se che se la donna avesse avuto bisogno di aiuto nessuno poteva soccorrerla. In verità non ebbi l'impressione che dis­cutessero di latti personali ma era come se la donna rifiutas­se di tradire responsabilità connesse al suo stesso lavoro. Pensai ad una cameriera che non voleva rendersi complice di un furto. Ad un certo punto, pressata dalle insistenze del­l'uomo, la donna urlando disse: Ora se non la smetti chiamo il 113! Mi ero agitata, anche perché quando mi trovo incerte situazioni rievoco la mia infànzia costellata di liti tra mio padre e mia madre. In quel momento pensai di sostituirmi alla donna e formai dal telefono della mia macchina il nume­ro 113 credendo di doverlo precedere come per gli altri numeri telefonici con il prefisso 06. Non sapevo che per il 113 la procedura era diversa e pertanto non riuscii a colle­garmi. La discussione tra i due durò più o meno una decina di minuti e si interruppe bruscamente, come se fosse acca­duta una lite-incidente, insomma non udii alcuno strascico da cui potesse evincersi una colluttazione. Ripresi a leggere. Dopo una ventina di minuti dall'angolo della strada alla mia destra vidi camminare a passo lento tre uomini che si fer­marono proprio di fronte alla mia macchina. Li notai in quanto erano vestiti in giacca e cravatta nonostante fosse il sette agosto e facesse molto caldo. Uno, in particolare, il più giovane dei tre, indossava una camicia (omissis) e un abito (omissis) e il suo volto lo ricordo bene per ciò che dirò in seguito. Era di statura (omissis), (gli omissis intendono non violare il segreto istruttorio). Costui spense la sigaretta get­tandola sul marciapiede ed i tre entrarono nel cortile. Qualche minuto dopo li vidi riuscire e l'uomo descritto era visibilmente nervoso, inveiva per il fatto che non erano riusciti a trovare il portiere e con tono di comando, rivolto ad uno dei suoi accompagnatori, lo invitò a tornare dentro e a cercare a tutti i costì il custode dello stabile. Passarono altri minuti, finché l'uomo riuscì e disse: "Dottore, mi hanno assi­curato che il portiere c'è, se non si trova in portineria sarà in qualche appartamento ad annaffiare le piante. Così si riav­viarono dentro e non li vidi più uscire finché restai lì e cioè fino alle sette e un quarto o sette e trenta circa, quando insie­me a mio marito che nel frattempo era tornato ci spostam­mo".
"... Solo alla fine di settembre di quello stesso anno, nel corso di un'intervista al giornalista del Corsera, Cesare De Simone, inserito negli apparati investigativi romani in forza della sua attività di cronista di "nera", ebbi ad evidenziare quanto mi era capitato in Via Poma e gli chie­si se era il caso che lo andassi a raccontare al magistrato, n giornalista, divenuto poi anche un amico, mi rispose che forse sarebbe stato meglio se ne fosse occupato lui nell'am­biente investigativo, in quanto, data la grande popolarità da me conquistata in quel periodo, si sarebbe potuto diffidare della mia testimonianza come di chi cerca di farsi pubblici­tà entrando nelle vicende più clamorose. Non posso dire con chi ne abbia in realtà parlato De Simone, fatto sta, che nel novembre del '90, così come ho potuto documentare ai magistrati, subii da parte della Procura di Roma una vera e propria intimidazione mediante atti falsi ad opera di chi si era avvalso di informative anch'esse contenenti dei falsi e redat­te agli stessi ambienti cui erano state, affidate le indagini sul delitto di Via Poma
I miei stessi avvocati mi consigliarono di non riferire più nulla alla Procura di Roma avendo costa­tato nei miei confronti un atteggiamento a dir poco minac­cioso ...".
"... Il 16 agosto (1995), presso il Bar Balzer di Bergamo nel corso di una conferenza stampa riferii ai gior­nalisti che il giorno dopo avrei incontrato il Questore di Roma dottar Sucato, onde lamentare le intimidazioni che continuavo a ricevere da parte di soggetti all'interno della Questura che si servivano della stampa di potere per scredi­tarmi, nonché mi proponevo di verbalizzare finalmente quanto di fatto da cinque anni mi si impediva a riguardo delle circostanze che mi videro in Via Poma il giorno del delitto. Ebbene si scatenò contro di me una guerra senza esclusione di colpi ". Il primo verbale della dottoressa Gabriella Carlizzi su Via Poma - se non erro - è stato reso a Roma il 17/08/95 presso la Questura di Roma in presenza del dottar Calipari e del dottar Rosati.
Testo Messaggio Fax all'attenzione degli Organi di stampa (3/4/1996) da Gabriella Pasquali Carlizzi. Delitto di Via Poma
Questa mattina Gabriella Carlizzi ha fatto recapitare con una lettera raccomandata al Procuratore Aggiunto Italo ORMANNI una dichiara­zione formale con la quale afferma di aver riconosciuto attraverso le immagini di un telegiornale RAT l'uomo che in compagnia di altri due vide entrare dopo le 18,30 del 7 agosto 1990 in Via Poma, 2. La signora Carlizzi ha però condizionato l'indicazione del nome del­l'uomo all'eventuale disposizione da parte della A.G. di una scorta per la stessa e la sua famiglia.
Nella lettera inviata al Magistrato la signora Carlizzi dice pure di avere depositato il nome di chi vide presso un Notaio romano di sua fiducia. Via Rovigo, 16-00161 ROMA - Tei omissis.

Testo Raccomandata (Roma: 3/4/1996)

Illustrissimo Dottor Ormarmi,
con la presente dichiaro che alcuni giorni fa (28 e 29 marzo) nel corso dei telegiornali RA1 ho potuto riconoscere attraverso alcune immagini di repertorio che venivano proiettate, la persona da me vista entrare in Via Poma 2 dopo le 18,30 del 7 agosto 1990, in compagnia di altre due persone, così come descritta nei precedenti verbali resi innanzi al dottor Nebbioso.
Dichiaro altresì che riferirò il nome dell'uomo da me riconosciuto solo dopo che l'A.G. mi avrà concesso una scorta tesa alla tutela mia e della mia famiglia.
Inoltre La informo che ho depositato presso un Notaio romano e di mia fiducia il nome di chi ho riconosciuto.
Distinti ossequi
(segue firma)

"Un angelo cherubino"
(capitolo 29)

"... Nel dicembre del '95 Gabriella Carlizzi ricevette presso la sua sede di Via Rovigo 16, con la posta quotidiana, una busta contenente un foglio sul quale vi era scritto: Dica in tribunale perché non ha fatto analizzare la macchia biancastra sulla scrivania, si poteva risalire al codice genetico. Un Angelo Cherubino".
"Naturalmente non possiamo riportare il nome di chi secondo l'anonimo suggeritore avrebbe omesso un atto istruttorie di tale importanza, così come è stato ritenuto certamente dagli inquirenti cui non solo il documento è stato consegnato in origina­le, ma nell'occasione fu redatto un verbale. Infatti alla destinataria di questa lettera non è sfuggita la particolare firma dell'anonimo, autodenominatosi Angelo Cherubino, tanto che ha preteso di precisare, in corso di verbale, circa la funzione degli angeli definiti cherubini. In realtà costoro, secondo i canoni di santa madre Chiesa, sarebbero le guardie, come dire i poliziotti del cielo, e pertanto l'autore del docu­mento deve ricercarsi tra coloro che presenziarono d'ufficio ai rilevamenti di chi per primo giunse sul luogo del delitto. Se lo scopo fu quello di simulare il delitto maniacale, la macchia bianca farebbe pensare ad un liquido spermatico, il cui esame forse avrebbe ricondotto gli inquirenti al simulatore. E a sostegno della nostra tesi riportiamo le parole del perito che esaminò il cadavere della giovane a poche ore dal delitto ed eseguì poi gli esami microscopici sul corpo di Simonetta Cesaroni: "... il delitto fu commesso tra le 14.00 e le 19.00 del 7 agosto ... ho riscontrato una violenta botta sulla parte destra del cranio, in prossi­mità dell'orecchio, che con molta probabilità ha fatto cadere la ragazza mentre tentava di fuggire dall'ag­gressore. Le coltellate sono arrivate dopo ...."".
"Ma se, come sembra essere ormai appurato, l'obiettivo non era tanto la vittima quanto ciò che era contenuto in quell'appartamento, cosa si nascondeva in quell'ufficio?
Un interrogativo che non lascia ambiguità ed indica chiaramente la motivazione dell'assassinio, sugge­rendo di ribaltare completamente l'impostazione del­l'inchiesta fino a quel momento tenuta. Non quindi un delitto passionale, ma un omicidio più o meno accidentale per il recupero di qualcosa di scottante che si trovava nell'ufficio".

"In primis hominis est propria veri inquisitio atque investigatio"
(capitolo 30)

Riporto qui di seguito alcuni articoli che sono com-JLVparsi con ritmo settimanale sul periodico diretto da Rosario Caccamo, "II Difensore Civico" (anno 1995 -1996) e firmati da Gabriele Ratini. Essi potreb­bero suggerire la possibilità di ricostruire la tragica vicenda del giallo di Via Poma con un'ottica diversa da quella fino ad oggi proposta, indicando piste e formu­lando ipotesi assai divergenti da quelle finora seguite ed elaborate. Mi sembrano assai utili ai fini della ricer­ca della verità a 360°. Non va lasciato niente di inten­tato.

"Il Difensore Civico" ha colto nel segno: Interrogata dal PM Settembrino Nebbioso, Gabriella Carlizzi, la supertestimone di Via Poma. L'articolo uscito domenica mattina sul primo numero del nuovo settimanale "II Difensore Civico", diretto da Rosario Caccamo, ha scatenato finalmente la Procura di Roma ed i giudici del "Pool Inchieste Pulite", diretto dal Procuratore Aggiunto, dott. Ormanni, ha ritenuto di interrogare finalmente la Carlizzi.
La giornalista oltre a ripetere per filo e per segno quanto pubblicato sul settimanle, e sul quotidia­no romano "Momento Sera", si è detta disponibile a fare un identikit dei tre uomini che vide entrare in via Poma il pomeriggio del giorno in cui fu uccisa Simonetta Cesaroni. La deposizione, avallata dalle testimonianze di alcuni condomini del palazzo presi a verbale sulla reticenza del portiere Vanacore, che pre­ferì andare sui giornali e rischiare la prigione piuttosto che dire di aver dato le doppie chiavi dell'appartamen­to dove lavorava la Cesaroni ai tre personaggi che, grazie anche all'identikit che presto verrà fatto, saran­no facilmente identificati fra gli uomini dei "Servizi" deviati. Pietrino Vanacore e la moglie, in questi gior­ni, sono impegnati a seguire i muratori che stanno lavorando al loro casale di 400 metri coperti su un ter­reno di 10.000 metri quadri, a Uggiano Montefusco, Mandria, Vicino Taranto, del valore di 250-300 milio­ni di lire. Per non parlare dell'appartamento in Via Oberdan 142 a Taranto, del valore di altri 200 milioni di lire.
Chissà se almeno lui può spiegare come mai, ai quei tempi, l'A.I.A.G era rintracciabile sul citofono sotto "Edilmark Sri"? Chissà se magari sapeva pure dei rapporti fra la Edilmark e la "Palestrina III" di Nicoletti (proprio quello della banda della Magliana)? Venerdì 27 il Gip Alberto Pazienti, con parere favore­vole del PM Paolo D'Ovidio, ha rimesso in libertà i coniugi Calrlizzi.
Dal "Difensore Civico" del 29-10-1995

Voller sul libro paga della Polizia
(capitolo 31)

Le indagini del "Pool Inchieste pulite" di Roma, composto dal P. M. Settembrino Nebbioso e Cesare Martellino, e coordinato dal Procuratore Aggiunto Italo Ormanni, ha portato al ritrovamento di documenti e denaro contenuti in una cassetta di sicurezza ubicata presso l'agenzia n. 5 della B.N.L. a Piazza Fiume, Roma. Alla cassetta avevano accesso sia funzionari della Questura romana, sia il testimo­ne di Via Poma che accusò il figlio dell'avvocato Valle, Roland Voller.
La presenza nella cassetta di sicurezza di una mazzetta di biglietti da centomila lire con tanto di fascetta della Banca d'Italia con i numeri di serie (risultati versati al Ministero degli Interni), porta a supporre che fossero a disposizione del Voller, messi lì da funzionari della Questura per pagare un infor­matore. 110 milioni sarebbero serviti per il depistag-gio fornito dalle dichiarazioni del Voller allora, o per le ultime manovre di depistaggio sugli omicidi di Via Poma e dell'Olgiata che lo videro in contatto con due funzionari del Commissariato Flaminio Nuovo, Gagliardini e Pacilio?
Caso strano, nella stessa Agenzia, che faceva da "cassa continua" per Questura, Sisde e Sismi, pre­sta servizio Graziella Bestini, funzionaria esperta in Borsa, che ha denunciato e fatto arrestare la superte­stimone di Via Poma, Gabriella Carlizzi, proprio nei giorni in cui aveva chiesto di essere interrogata su fatti cui aveva assistito.
Dal "Difensore Civico" del 12-11-95

Parisi conosceva benissimo FA.I.GL
(capitolo 32)

In Via Poma avrebbe dovuto avere sede un ufficio distaccato dell'AIG, che ha invece sede in Via Cavour, 44 proprio al piano sopra all'appartamento in cui abitava il Capo della Polizia, Vincenzo Parisi. Quelli dell'AIG ed anche gli inquirenti sul delitto di Simonetta Cesaroni, hanno sempre tenuto a non pub­blicizzare il fatto, affermando anche che il Prefetto Parisi non aveva conoscenza alcuna di tale associazio­ne. La foto che pubblichiamo sembra dimostrare l'e­satto contrario. Nell'ottobre del 1993, nella sala della Protomoteca del Comune di Roma, il Prefetto aveva addirittura ricevuto dal Commissario degli Ostelli per la Gioventù (AIG) una targa ricordo. Ci chiediamo perché gli inquirenti, fra i quali il dott. Costa del SISDE ed il dott. Carnevale della Criminalpol, non hanno approfondito gli eventuali legami del Prefetto con Via Poma. Forse perché il Costa ne era il genero e Carnevale ne era il fidato numero due?
Dal "Difensore Civico" del 12-11-95

Via Poma: gli intrecci sulle proprietà portano ai"servizi segreti"
(capitolo 33)

Nel 1994 pare che solo noi abbiamo notato i car­telli che furono posti all'entrata del condominio di Via Poma 2, recanti i nominativi di legge a causa di lavori in corso per ristrutturazione. Fra i nomina­tivi di legge, quelli del proprietario degli immobili, le società "ALI 1" e "ALI 2" che riconducono all'Aereonautica Militare Italiana. Da ulteriori visure catastali, sono emersi rapporti di compravendita tra il proprietario dell'appartamento in cui lavorava Simonetta Cesaroni (scala a - interno 7), e il Sig. Manlio Indaco Giamone, nato il 12.11.38, pilota civile, e la società EDILMARK spa.
Il Giamone infatti, vende la porzione di immobile situata all'interno della Palazzina A alla Raggio di Sole - Edilmark con atto n. 1286 780 del 08.01.93.
Senza però dimenticare che già nel 1990, sul citofono, allo stesso interno figurava già il nome
EDILMARK
E' appena il caso di ricordare EDILMARK e RAGGIO di SOLE IMMOBILIARE sono partecipate sia nella Palestrina Terza srl che nella Servo Immobiliare srl, due delle Società che in precedenti articoli abbiamo dimostrato essere state sequestrate dal ROS (Reparto Operazioni Speciali) dei Carabinieri, su incarico della Procura della Repubblica di Roma perché "... costituite allo scopo di investire in attività Immobiliari i proventi del reato di peculato, ... e quindi da considerarsi corpo di reato".
Dal "Difensore Civico" del 19-11-95

Via Poma Parisi conosceva l'AIG ecco un'altra prova
(capitolo 34)

In occasione della morte dell'ex Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l'AIG - Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù - con sede in Via Cavour n. 44 a Roma, e non in Via Poma n. 2, scrive un acco­rato necrologio sul NOTIZIARIO A.I.G, primavera -estate n. 1 - 1995.
Ne riportiamo il testo: "In ricordo di Vincenzo Parisi - Era un uomo conosciuto, che aveva rivestito per lungo tempo un importante incarico dello Stato. Tuttavia noi non siamo in grado, e non vogliamo, ricordarlo per questo. C'è chi può farlo meglio di noi. Quando è scomparso, pochi mesi fa, il nostro pensiero spontaneo non è andato al personaggio. Ma all'uomo e alla sua bella famiglia. All'uomo col quale gli operatori della Sede Nazionale dell'A.I.G hanno convissuto per quasi otto anni, sotto lo stesso tetto, dove Vincenzo Parisi ogni sera tornava all'ambiente domestico mentre i dipendenti dell'Associazione vi svolgevano il proprio lavoro. Quel lavoro per il quale egli mostrava di nutrire grande rispetto e ammirazione".
"Gli Ostelli per là Gioventù svolgono una importante funzione di prevenzione - aveva detto nel corso di un suo intervento ad un incontro a Roma delle Associazioni "International Youth hotel Federation" - attraverso l'esaltazione dei valori posi­tivi ed il clima di armonia che si respira nell'atmo­sfera degli Ostelli per la Gioventù. I giovani evitano tutte le forme di deviazione del nostro tempo". Ed è proprio attraverso i valori positivi dei quali era portatore, che lo vogliamo ricordare. Solo così forse il dolore della sua famiglia può divenire più dolce. Come il nostro rimpianto.
Ai lettori che non abbiamo seguito le prece­denti inchieste, ricordiamo che il Prefetto Parisi abi­tava, e tuttora vi abita la moglie, proprio in via Cavour 44, al piano sottostante la sede dell'AIG.
Come mai, ci chiediamo, non fu mai conte­stata dall'allora Capo della Polizia l'esistenza di una sede AIG in un luogo diverso da quello che lui cono­sceva così bene?
Perché l'AIG ha avvallato per anni l'esistenza di una sede che non aveva ragione di esistere?
Come mai nessuno si prese la briga di inter­rogare il proprietario dell'appartamento in cui si dice sia stata uccisa Simonetta Cesaroni, quel tal Hidalgo Manlio Giammona che abbiamo scoperto abitare nello stesso stabile in cui abita Michele Pinocchi, interamente di proprietà della SERVOIMMOBILIA-RE srl. di proprietà del SISDE?
Forse perché la presunta sede di Via Poma doveva servire da copertura ad un ufficio del SISDE che fungeva da crocevia ad uno strano traffico di dati che potevano servire a costituire false cooperative, falsi rimborsi di prestazioni mediche - effettuate solo su carta - alle USL, addirittura schede elettorali fasulle?

Gabriele Ratini
Dal "Difensore Civico" del 18-05-96

 

Ultimissime su via Poma... e le altre
(capitolo 35)

II documento che rese Voller "attendibilissimo" -L'interrogatorio dell'Ispettore Antonio Del Greco sui rapporti con Voller e il genero di Parisi, il dott. Costa del SISDE
La pubblicazione dei documenti che riportia­mo per intero qui sotto, intende fare meglio com­prendere come indagini eseguite su indicazione di altissimi personaggi, possono aver depistato Giudici che non sapevano di non potersi fidare di chi doveva informarli.

OGGETTO: APPUNTO RISERVATO PER IL SIG. QUESTORE - Roma, lì 18 dicembre 1991
Nell'ambito della ricerca di particolari infor­mativi inerenti al cosiddetto delitto dell'Olgiata, dis­posta dallo scrivente, avvalendosi della collaborazio­ne dei Vice Ispettori Di Spirito Ferdinando e Pacilio Consiglio, si è giunti a contatti e confidenze con per­sona pregiudicata (truffe) ma attendibilissima, che portano con logica deduzione al noto delitto com­messo in Via Carlo Poma, tutt'ora insoluto.
Bisogna premettere che l'individuo in que­stione da affidabilità sui fatti riferiti in quanto sem- bra aver avuto un rapporto di profonda amicizia con una donna che risulta essere ex consorte, separata, dell'avvocato Valle abitante in Via Cassia nr. 929 con utenza telefonica (omissis).
Dal rapporto matrimoniale sono nati due o tre figli di cui, uno di questi dell'età di circa 20 anni, convivente con la madre; sembra conduca una vita normale a parte alcune turbe psichiche di tipo esi­stenziale provocate dal distacco dei coniugi.
La parte, sollecitata opportunamente, ha aggiunto che il giovane soffriva moltissimo a causa di una relazione sentimentale del proprio genitore con una giovanissima donna, mostrando per questa ultima un profondo odio.
Inoltre il giorno del delitto, la madre era in stato di forte preoccupazione per il fatto che il figlio, solitamente puntuale, non si era presentato a pranzo, né tanto meno aveva avuto notizia che giustificasse tale ritardo.
Il giovane faceva rientro verso le 20.00 di quel giorno in forte stato di agitazione e ferito, pre­sentandosi con gli abiti stropicciati in più punti come se li avesse lavati o smacchiati. La donna, inoltre, appurava che l'interno della auto (Golf o Peugeot) usata dal figlio, era stata stranamente ripulita.
Sono da aggiungere alcuni particolari accen­nati che hanno una logica adesione ai fatti finora descritti:
Alcuni parenti del ragazzo abitano in Via Poma: Ing. Renato Valle, Via Poma n. 4 tei (omissis); Ing. Valle Cesare, Via Poma n. 2 tei. (omissis); Avv. Valle Raniero, Via Poma n. 2 tei. (omissis).
Dal giorno delle confidenze la madre ha chiuso stranamente i rapporti di amicizia con la "parte informativa".
II ragazzo in questione frequentava assiduamente Via Poma, in quanto l'indifferenza del padre era sostituita dall'affetto di un parente (si presume il nonno).
II profondo odio nutrito dal giovane nei confronti dell'amante del padre: causa finale delle sue crisi esistenziali.
Conseguentemente a quanto esposto è logico azzardare l'ipotesi che la giovane amante in questio­ne sia la Cesaroni, vittima del delitto di Via Carlo Poma. Si fa riserva di ulteriori notizie provenienti dalla fonte informativa che ha chiesto l'anonimato e l'esclusivo contatto con i componenti di questo Ufficio.
Il tutto per notizia della S. V. Ill.ma. - II v. questore aggiunto Dr. M. La Retta.
L'anno 1995, il 24 febbraio nella Procura della Repubblica di Roma, davanti al dott. Italo Ormarmi Procuratore della Repubblica Agg. dott. Settembrino Nebbioso e dott. Pietro Catalani sostitu­ti Procuratori della Repubblica è presente: Antonio Del Greco, nato a Roma il 13 gennaio 1953, ivi residente in Via Cina n. 40, funzionario della Polizia di Stato.
ADR (a domanda risponde) - Sono stato diri­gente della Quinta Sezione della Squadra Mobile dal 1988 al 1992, luglio: ricordo che era il giorno suc­cessivo all'assassinio del doti Paolo Borsellino.
ADR - Sono entrato in rapporto con Roland Voller agli inizi del dicembre del 1991: non ricordo la data precisa, ma essa è ricavabile da quella posta sull'informativa del Commissariato di P.S. Flaminio, con la quale quel dirigente informava la Questura - e quindi la Squadra Mobile - dell'esistenza di un teste nella persona, appunto, del Voller, relativo alle inda­gini sull'omicidio di Via Poma, avvenuta nell'agosto dell'anno precedente. A quello che so, il Commis­sariato Flaminio, aveva svolto in proprio degli accer­tamenti, prima di informare la Questura. Il Dirigente di quel Commissariato andò direttamente dal Questore, e a quell'epoca era Improta: a seguito di ciò poi, venni interessato io, che in primo momento trattai con il Voeller insieme con La Retta, poi, come sempre accade in casi del genere, proseguii da solo, con la Quinta Sezione da me diretta.
ADR - Delle notizie ricevute dal Voller feci oggetto di una informativa che trasmisi al P.M. agli inizi del febbraio 1992: prima di tale epoca però, credo agli inizi di gennaio, il dott. Cavaliere, diri­gente della Mobile, informò oralmente il magistrato.
ADR - Al Voller - anzi, non venne dato alcunché in denaro, certamente non da me. Lui chiese aiuti, sia in denaro che come agevolazioni relative a procedimenti penali che egli aveva pendenti.
ADR - Naturalmente gli venivano fatte pro­messe, come succede in tali casi, dando una mano dove era legittimamente possibile.
ADR - Prendo visione della lettera diretta alla Banca Nazionale del Lavoro, con mio timbro ma fir­mata da altri; non riesco ad individuare la sigla che è stata apposta sul mio timbro. Chiarisco che quando vi è una lettera della Squadra Mobile diretta all'e­sterno, essa deve essere firmata dal Dirigente: a volte, in sua assenza, dal funzionario responsabile della singola Sezione, ma sempre "per" il dirigente: quella che è apposta sulla lettera è invece la mia firma ed il mio timbro, e ciò è una anomalia.
ADR - Nulla so di una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto aprire il Roland Voller su garan­zia della lettera che mi viene mostrata. Ripeto che io non ho dato soldi al Voller, né so chi altri in
Questura ne abbia dati.
ADR - Per quanto concerne contatti del Voller con i Servizi non posso dire (omissis) si fece vivo con me il dott. Costa del SISDE: non ne so il nome di battesimo. Mi veniva a trovare spesso in ufficio, e mi incoraggiava a seguire la pista investi­gativa facente capo a Vanacore, come responsabile dell'omicidio. Ricordo che quando la Questura imboccò questa via ricevetti una telefonata del capo della Polizia dott. Vincenzo Parisi, che si congratulava con me.
ADR - Parisi era il suocero del dott. Costa.
ADR - Poco tempo dopo la ufficializzazione di quella pista, il Costa rarefece i suoi contatti, limi­tandosi a qualche telefonata o pensierino augurale, poi nulla più.
ADR - Ho saputo poco tempo fa dal collega La Retta che il settimanale La Peste parlava del Caso di Via Poma collegando il nome del presidente dell'AIAG -dove lavorava la Cesaroni - con il funzionario del SISDE dott. Costa.
ADR - A sentire questo nome ricollegai il ricordo degli avvenimenti di cui ho parlato, tanto che avevo deciso, tra me e me, di venire a parlare qui in Procura: ed ero certo che la convocazione ricevuta per oggi fosse proprio attinente a ciò che ora ho detto.
ADR - All'interno della Squadra Mobile, durante la sua frequentazione per le ragioni attinenti al processo, Voller aveva fatto diversi amici. Tra que­sti l'ispettore Ciccone, che era presso la mia sezione perché trasferitovi dalla fine del 1991, se non ricor­do male. Veniva dalla Settima, dove si occupava di gioco d'azzardo, scommesse clandestine. Era stato "chiacchierato" per cui venne appunto trasferito.
ADR - Io di ciò ero al corrente, perciò cerca­vo di controllarlo: con ciò non voglio dire che sia lui in persona che era in contatto con il Voller al punto da aiutarlo con quella lettera: era comunque, come ho detto, in contatto con il Voller come lo erano tutti i componenti del personale della Quinta Sezione. Seguono le firme
Dal "Difensore Civico" del 06-07-96

“Non s'ha da controllare... né allora né mai”
(capitolo 36)

 

II 7 agosto del 1990, nell'ufficio dove lavorava Simonetta Cesaroni viene trovato, oltre al cadavere della povera ragazza, anche un computer ancora in funzione.
Nel verbale redatto dalla Polizia di Stato, il giorno del delitto, viene scritto che l'ultima operazione inserita era avvenuta alle 16,30. Il verbale continua affermando che il computer aveva smesso di lavorare alle ore 01.26 dell'8 agosto.
Il giorno 28 agosto, il dott. Cavaliere, l'allora Capo della Squadra Mobile romana, trasmette al magistrato un rapporto riferito al verbale del 7 agosto, nel quale scri­ve:". .. Si è accertato inoltre che il computer ha continuato ad operare inspiegabilmente fino alle ore 01.26". Firmato Gobbi e Cavaliere.
Come faceva ad affermare con tanta sicurezza cose che poi avrebbero dovuto essere chieste ad un perito "americano"? Che fine ha fatto il computer per tutti questi anni? Perché non è stato sottoposto a perizia immediata­mente?
Gabriele Ratini

Dal "Difensore Civico" del 26-11-96

Votazioni 1966 e lo strano allarme a via Poma
(capitolo 37)

 

Ma l'articolo, a mio avviso, più "delicato", più inquietante è quello qui sotto riportato, riguardan­te le votazioni del 1996, e che si chiude con interrogati­vi tremendamente esplosivi.
Perché il Ministero dell'Interno, nelle votazioni del 1996, ha conteggiato molti più Italiani di quanti ne riporta l'ISTAT? A quale Partito sono andati i circa tre milioni di voti conteggiati in più?
Sembra incredibile, eppure i dati che ha regi­strato il Ministero dell'Interno nelle votazioni del 1996, sono differenti da quelli che vengono riportati sulle pub­blicazioni ufficiali della Repubblica italiana.
L'ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica, scrive che gli Italiani residenti erano 57.268.578 al 1° gennaio 1995.
Conteggiando gli Italiani che non votano, cioè quelli che non avevano compiuto il diciottesimo anno di età il gior­no prima delle elezioni, se ne devono scalare più di 10 milioni. Si ha così un totale di circa 45 milioni di Italiani che avevano diritto al voto per la Camera.
Il Ministero dell'Interno, sul volume edito dalla Direzione Generale dell'Amministrazione Civile -Direzione Centrale per i servizi elettorali "Elezioni poli­tiche 21 aprile 1996, elettori, votanti, voti non validi, schede bianche, voti validi e seggi", stampato dall'Istituto Poligrafico dello Stato in Roma il 22 aprile 1996, ha conteggiato invece 48.846.238 elettori.
La differenza ammonta a circa tre milioni di voti!
Crediamo sia opportuno che il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, intervenga per scio­gliere un dubbio che, altrimenti, il popolo italiano si por­terà dietro così come si è portato appresso per anni il dubbio che effettivamente si volle sostituire la Repubblica alla Monarchia. Crediamo sia giusto eliminare qualsiasi incer­tezza sull'effettiva validità di quelle votazioni...e su eventuali intromissioni di "Poteri" che non tengono in alcun conto la volontà del popolo.
Sarebbe opportuno che si indagasse meglio sull'incendio che si è detto fosse scoppiato nel capannone del Poligrafico dello Stato, in Via Smerillo, il 16 marzo 1996 e nel quale sarebbero andate distrutte schede elet­torali successivamente ristampate.
Perché, ci chiediamo, l'ufficio stampa del Poligrafico smentì "categoricamente" che si trattasse di materiale elettorale, ma non seppe dire di quale "mate­riale" si trattasse?
Quasi una smentita imposta dall'alto per evitare che si potesse anche solo pensare a qualche ... broglio elettorale?
Se poi gli investigatori fedeli allo Stato volesse­ro fare un "surplus" di indagini potrebbero chiedere a quelli della Batteria Nomentana a Roma, cosa ci faces­sero nei tre giorni che precedettero l'omicidio di Simonetta Cesaroni, piazzati tutto intorno a via Poma.
Il Reparto Trasmissioni con sede nella Caserma "Bianchi" è indubbiamente un reparto speciale...tanto da essere comandato dal '90 al '92 dall'ing. Colonnello Marcelle Ingrosso, Capo della Sezione Tecnica Operativa della VII Divisione della GLADIO, ai cui ordini obbediva anche l'esperto in trasmissioni Vincenzo Li Causi...
Forse tutto sarebbe più chiaro se si riuscisse a capire chi stava cercando di inserirsi su linee di trasmissione talmente protette da far intervenire il Reparto di pronto intervento non appena scattò un allarme partico­lare. .. sulle linee gestite da chi, in via Poma?
Quali dati partivano da Via Poma 2, e dove arri­vavano? E se si fosse trattato di dati utili per ottenere schede elettorali? Ancora una volta i Servizi Segreti... con uffici in via Poma...
Gabriele Ratini
Dal "Difensore Civico" del 13-9-96

Dulcis in fundo
(capitolo 38)

Merita sicuramente attenzione l'articolo del setti-^_. ^manale Gente, datato 24 agosto 2004 - pagg. 55-56-59, a firma di Gennaro De Stefano: VIA POMA, UNO 007 RIVELA: "Fui il primo ad arrivare". Riporto il testo dell'intervista rilasciata in esclusiva al periodico dal dott. Sergio Costa, Vicequestore della Polizia, dal 1982 al 1996 in servi­zio al Sisde, invitando gentilmente il lettore a con­sultare l'articolo in questione per una completa ed esaustiva comprensione del tema trattato, anche se le parole dell'ex 007 sono già inequivocabili e lapi­darie, estremamente chiarificatrici e capaci di fugare ogni ombra di dubbio.
... "D. - Ma cosa c'entra il Sisde con l'omicidio? E perché la testimonianza di Costa è così importante?". "R. - E' vero, ammette Costa, - sono stato il primo a entrare nell'appartamento di Via Poma. Anzi il secondo, dopo l'ispettore Gianni Pitzalis che lavora­va con me al Cot (centrale operativa) della questura di Roma. All'epoca non ero al Sisde perché qualche mese prima m'avevano trasferito per cui, quando andai, non vestivo le funzioni di agente dei servizi, ma quelle più modeste di responsabile di una sezio­ne della centrale operativa. Mi ricordo benissimo il corpo di Simonetta, lo stato penoso in cui versava, la ferita e il resto che non sto qui a descrivere."... "... Su di lui per anni si sono addensati sospetti e dubbi. Ora lui repplica: Sono entrato nel Sisde nel 1982, ci sono stato otto anni, poi il primo gennaio del 1990 mi hanno assegnato alla Questura di Roma dove sono rimasto fino al novembre di quell'anno quando sono tornato al Sisde restandovi fino al 1996. Mi sono stufato di questa storia di allusioni: io non conoscevo Simonetta Cesaroni, non avevo messo piede prima di quella sera, non conoscevo l'Aig né i suoi impiegati o dirigenti e nessuno, tanto meno Vincenzo Parisi, mi ha ordinato di frugare nel com­puter di Simonetta. Chiunque abbia associato il mio nome alla vicenda ha fatto un buco nell'acqua tanto che i magistrati non hanno mai sentito la necessità di chiamarmi." ...
... "Un pò troppe le coincidenze, - fa notare il giorna­lista - no?" R. "Ammetto che è così - dice l'ex agen­te segreto - e mi rendo conto che una tale concatena­zione induca a pensare male, ma la verità è quella che ho detto: non avevo niente a che fare né con l'ap­partamento né con il Sisde né con l'Aig." ...
... Sergio Costa non ha voglia di scherzare. "Io ho svolto incarichi delicati, ma sempre nella legalità. Organizzavo gli incontri tra Vincenzo Parisi e l'ono­revole Roberto Maroni quando questi nel '94, dove­va diventare ministro dell'Interno. Ma della storia di via Poma non so assolutamente niente".

"Mehr licht! - più luce!"
(capitolo 39)

 

"Meher licht" - sussurrò prima di morire W. Goethe, il sommo poeta tedesco.
Il titolo del presente capitolo può essere inte­so siacome una richiesta, un'invocazione di maggior luce, che una constatazione di un flusso di maggior luminosità in arrivo e capace di fugare le spesse neb­bie, le dense "cortine fumogene" che continuano ad avvolgere la tragedia di via Poma.
Ora vediamo come in uno specchio, in manie­ra confusa; ma verrà il tempo che vedremo faccia a faccia la verità. Ora conosciamo in maniera offuscata e contorta, ma a tempo debito conosceremo perfetta­mente come sono andate le cose a via Poma.
Alle volte la ricerca della verità diventa assai simile agli oracoli della Sibilla Cumana che scrivevi suoi responsi sulle foglie che il vento disperdeva per gli amulacri della sua caverna e all'uomo toccava rac­cogliere una per una e metterle insieme per cercare di interpretarle. E' un pò quello che ho cercato di fare in questo libro.
Questa premessa mi permette di citare per intero una pagina tratta dal sito www.giustainformazione.it di Gariella Pasquali Carlizzi e che riporto qui di seguito, in corsivo.

"MI DISPIACE PER "GENTE", ED ANCHE PER QUALCUN ALTRO, MA NON ERA LUI, ...
... SERGIO COSTA, L'UOMO CON CAMICIA CELESTE, COLLO E POLSINI BIANCHI, ABBRONZATO E NERVOSO, ACCOMPAGNATO DA DUE "SUDDITI", CHE CERCAVA IL PORTIE­RE E NON LO TROVO'.
(di Gabriella Pasquali Carlizzi- Lunedì, 13 Settembre 2004)

Alcuni giorni fa, mentre mi trovavo a Firenze, interrogata da Giuttari, mi comunicano da Roma che mi cercava urgentemente Gennaro De Stefano, il giornalista di Gente, l'autore del famoso titolo: "Silurato Giuttari!" Ve lo ricordate?
Lì per lì pensai ad un errore, rammentando ciò che avevo scritto io contro quel brutto titolo, e altri articoli dello stesso settimanale, a mio avviso "strani", e dunque ero certa che Gennaro fosse molto arrabbiato con me.
Controllai i numeri, erano veramente i suoi, e in una pausa dell'interrogatorio, l'ho chiamato.
Con sorpresa e anche con piacere, Gennaro mi ha salutato come era solito fare in tempi di "pace", e così mi spiegava che il motivo della sua telefonata, era relativamente al caso di via Poma, avendo egli letto, quanto è sul mio sito.
Era molto interessato ad un interrogatorio che il Procuratore Ormanni fece al dottor Antonio Del Greco, in ordine allo svolgimento delle indagini, quando si seppe che Simonetta Cesaroni era stata assassinata.
Sinceramente mi sono un po' insospettita, nel senso che ho temuto mi si volesse ritirare in ballo con qualche dichiarazione, poi travisata e tale da ricrear­mi problemi con l'ambiente investigativo della Polizia.
Insomma, una ripetizione di quanto si verifica col giornalista Ezio Pasero, e il dottor Nicola Cavaliere.
E perciò ho risposto che io, avevo letto come tutti, l'articolo di Zicari, pubblicato su La Nazione, intitolato: "Via Poma, pilotata dall'alto".
Gennaro mi informa che a causa di quell'ar­ticolo, Zicari fu querelato da Del Greco, e condanna­to a pagare venti milioni.
D'altra parte, io stessa fui informata dell'esi­to di quell'interrogatorio, nella tarda serata, da un altro giornalista che, a suo dire, era in contatto con la Procura, Gabriele Ratini.
Costui scrisse molto su via Poma, anche rela­tivamente alla mia testimonianza, mai conclusasi nemmeno con un identikit, peraltro superfluo, dopo che comunicai agli inquirenti a mezzo lettera racco­mandata, di avere riconosciuto chi vidi, da immagini di repertorio durante un telegiornale.
Quest'uomo lo descrissi dettagliatamente, nel 1996, sia a Gabriele Ratini, che a due ammiragli suoi amici, e con i quali ci incontravamo spesso.
Effettivamente vi fu il tentativo di convincermi che colui che vidi era Sergio Costa, genero del Prefetto Vincenzo Parisi, stesso ambiente cui era riconducibile l'ufficio dove lavorava la Cesaroni.
Per fortuna, in quello stesso periodo, come ho già detto, durante un telegiornale, potetti riconosce­re senza ombra di dubbio il "mio " uomo. E chiesi di formalizzare, ma senza alcun esito.
Quando raccontai a Ratini e ai due Ammi­ragli il fatto, furono loro stessi a dirmi il nome di chi io avevo in realtà visto, dato che fino a quel momen­to, non sapevo chi fosse.
Percepii da parte loro, una sensazione di delusione, come se il nome di Sergio Costa facesse quadrare a perfezione un impianto accusatorio, d'al­tra parte, io non potevo farci nulla, avevo visto un'al­tra persona.
Per qualche tempo non si fecero più sentire né Gabriele Ratini, né gli altri due, e di questo ero urta­ta, avendo io dato loro molte informazioni, frutto della mia testimonianza oculare.
Una mattina, leggendo i quotidiani, mi accor­si che della mia vicenda ne parlava a caratteri cubi­tali il senatore Boso della Lega, come se fosse mate­ria sua, assumendo il tutto un chiaro interesse politi­co elettorale.
I tre erano irreperibili, e così presi carta e penna, e rappresentai il "fattaccio" in un esposto, inviandolo anche agli inquirenti che indagavano su via Poma.
Contestualmente, dal tenore della stampa, prendevano corpo le insinuazioni a carico di Sergio Costa, e con chiunque mi trovassi a parlare detta mia esperienza, mi sentivo immancabilmente dire:
"Hai visto Sergio Costa, vero?"
E cominciai ad incazzarmi, sperando di poter chiarire, almeno relativamente alla mia testimonian­za, che escludevo nel modo più assoluto di aver visto questo personaggio, sul quale pare vi sia un preciso disegno.
Insomma, più si va avanti, e più si pretendo­no mostri, assassini, e pedofìli, "su misura", i conti dell'antistato devono quadrare, evidentemente per rialimentare le logiche del ricatto.
Stranamente, dopo anni di silenzio, mi cerca Gennaro De Stefano, e stranamente di questa pagina di via Poma, in odore di Servizi, chiede a me, ed io mi chiedo: "Perch? non mi ha interpellato sul "mostro di Firenze"?
Tra l'altro, ho chiesto a Gennaro De Stefano come era andata a finire la storia del "silurato Giuttari", e come mai, visto che Giuttari, grazie a Dio è al suo posto, il Procuratore Capo Ubaldo Nannucci, non avesse smentito.
Il giornalista era sincero, quando molto serenamente mi ha risposto: " E come poteva smentire?"
Ieri si è appreso della perquisizione disposta dalla Procura di Genova a carico detta redazione di Gente e di Gennaro De Stefano.
Genova però è anche competente per la magi­stratura fiorentina...
Chissà, che vagliando la documentazione sequestrata, non escano fuori le cosiddette "pezze d'appoggio" che noi giornalisti utilizziamo, quando riportiamo dichiarazioni virgolettate?
Sul sito Dagospia, ci si è chiesto se dietro questa strana perquisizione, non vi sia qualche altra cosa.
D'altra parte, relativamente ai fatti del G8, si fa riferimento alle forze di polizia, come pure Giuttari, con siluri o senza, piaccia o no, appartiene alle forze di polizia, e la stessa cosa si ripete a proposito di eventuali devianze, nelle indagini sul delitto di via Poma. E perché proprio Gennaro De Stefano?".

Chi ha ucciso la povera Simonetta?
"Nella vicenda di via Poma - una persona importante ha affermato - c'è qualcuno che racconta troppe bugie e noi stiamo indagando per portarlo allo scoperto".
Sul movente occasionale o passionale, persona-lemente, non ci credo, né ci crederei se qualcuno con­fessasse, ma ognuno è libero di avere una sua opinione.
I "santi" stanno troppo in alto. I "santi" chi li tocca?
Almeno che non arrivi un arcangelo a spalanca­re la cassaforte del mistero.

Ultimo aggiornamento Martedì 18 Agosto 2009 07:04
 

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