il delitto di via Poma
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NICOLA CALIPARI: UN UOMO GIUSTO. LA TESTIMONIANZA DI GABRIELLA CARLIZZI.
LE TANTE DOMANDE CUI NON SARA’ MAI DATA UNA RISPOSTA CHIARA.
I LIMITI OLTRE I QUALI AI MAGISTRATI NON E’ CONSENTITO INDAGARE.

LA TESTIMONIANZA
L’ASSASSINIO DI NICOLA CALIPARI RISCHIA DI RINSALDARE ANCORA DI PIU’ LA “SANTA” ALLEANZA TRA L’ITALIA E L’AMERICA…..COME IN OGNI VINCOLO CHE SI RISPETTI…. UNITI, NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE, NEL BENE E NEL MALE…….

La morte di Nicola Calipari, ha richiamato la mia coscienza al dovere di testimonianza, di informazione, di partecipazione attiva nelle vicende di cui si chiede Giustizia, facendomi superare all’improvviso gli impedimenti che mi ero posta recentemente, da quando le minacce da parte di vili criminali si erano orientate verso i miei stessi figli, fino a farmi decidere di non scrivere più, di subire la violenza di un silenzio imposto, forzato, ma anche accettato in nome della vita dei miei affetti più cari.
Ancora una volta, è stato Nicola Calipari ad operare su di me quel “miracolo” di fiducia, di speranza, di perseveranza, così come avvenne il primo giorno che ci trovammo una di fronte all’altro, lui “lo Stato”, ed io il cittadino che si sentiva disatteso dallo Stato.
Era il 17 agosto del 1995, quando fui ricevuta dall’allora Questore di Roma, dottor Sucato.
Un colloquio drammatico durante il quale sfogai anni di impegno da me profuso contro tutte le forme di malcostume ricevendone in cambio, da parte di uomini rappresentanti dello Stato stesso, reazioni di disturbo, di invadenza, di discredito della mia persona, provocazioni, intimidazioni al silenzio, a tacere su vicende di cui io stessa ero stata diretta testimone.
Spiegai al Questore come certi uomini usavano il loro potere, la divisa, per far si che qualche noto giornalista scrivesse il falso, così da giustificare da parte di chi di dovere, omissioni che si traducevano, a volte, nel non prendere in considerazione le mie denunce, quelle più scomode, addirittura rifiutando di riceverle.
Comportamenti del genere mi avevano portato all’esasperazione, e documentai al Questore Sucato, come due giorni prima, recandomi nella sua Questura per presentare una denuncia, un funzionario cercò di mandarmi via rispondendomi che loro non ricevevano denunce, e così io, fuori da ogni controllo, dalla portineria chiamai col mio telefono cellulare il 113, cioè loro stessi, che vista la mia reazione, acconsentirono a verbalizzare quanto da me richiesto.
Il Questore si rese perfettamente conto della gravità della situazione, peraltro verificata immediatamente dal suo ufficio, e presentandomi le sue scuse per l’accaduto, mi pregò di formalizzare quanto mi era sto impedito di fare, relativamente al delitto di Simonetta Cesaroni, in via Poma, affidandomi a colui che definì il migliore dei suoi uomini, l’ unica persona che avrebbe compreso la mia sensibilità.
Pochi minuti dopo, ero seduta davanti a Nicola Calipari.
Intuì che ero molto provata, e decise di prolungare il colloquio nella sua stanza, prima di trasferirci nell’ufficio ove mi avrebbe ascoltata a verbale.
In Questura mi ero recata molte volte, ma mai, mi era capitato di avere di fronte un uomo sorridente, aperto, sereno, amico.
Un volto dal quale non traspariva nemmeno l’ombra del professionale sospetto, insito nella natura stessa del poliziotto, insomma era stato capace, pur senza far nulla di evidente, di farmi sentire perfettamante a mio agio.
Gli spiegai che i motivi per i quali ero tanto impegnata a denunciare qualunque forma di malcostume, derivavano dal mio credo religioso, dalla mia convinzione circa il fatto che l’uomo quando opera il male è spinto da circostanze che ne demotivano il rispetto delle leggi.
E questo si verifica quando ci si accorge delle disparità, delle ingiustizie, e di quanto indebolisce nel cittadino il senso dello Stato.
Nicola Calipari, mi ascoltava, come se questo linguaggio lo conoscesse bene, e fu lui ad interrompermi dicendo: “ Io la capisco, signora Carlizzi, forse perché ho un fratello sacerdote ed anche se può sembrare che abbiamo scelto strade diverse, in un certo senso, di diverso abbiamo solo la divisa, ma i valori in cui crediamo e che difendiamo sono gli stessi.
Le dico queste cose per rasserenarla, nel nostro ambiente non siamo tutti uguali, tuttavia io sono in buoni rapporti con tutti, ci salutiamo, prendiamo un caffè insieme, ma poi quello che è qui, in questa stanza, rimane qui, e non lo conosce nemmeno il collega della stanza accanto, mi crede?”
I suoi occhi erano trasparenti, i suoi modi gentili, ed io facevo fatica a ricordarmi che ero davanti ad un funzionario di Polizia.
Volle che gli esponessi prima oralmente la mia esperienza sul delitto di via Poma, e si mostrò molto interessato circa alcune ipotesi o deduzioni che collocavano la vicenda in un quadro complesso e denso di intrecci, di interessi riconducibili ad apparati riservati.
Mentre io parlavo avevo la sensazione che il funzionario sintetizzasse nella sua mente qualcosa che forse corrispondeva al suo pensiero, era attento e riflessivo, e quando ebbi completato il quadro mi disse: “Ora ci spostiamo di là e le presenterò un mio collega, e faremo un primo verbale.
Inizialmente lei si limiti a raccontare i fatti, così come li ha vissuti, ed eviti di estendere la sua esposizione oltre ciò che può essere accertato concretamente. Facciamo un passo alla volta, altrimenti rischiamo di coinvolgere gli inquirenti oltre le loro stesse possibilità.
Ed anche per quanto riguarda noi, lei deve comprendere che il nostro compito è quello di indagare attenendoci ai quesiti posti dal magistrato. Se andassimo oltre, come sarebbe necessario in situazioni più complesse, ci accuserebbero di abuso d’ufficio, e questo è un rischio che nessuno di noi vuole correre.”
Risposi: “Dunque se per ipotesi, la verità su un caso giudiziario, è al di là di quanto il magistrato vi chiede, non si arriverà mai a conoscere quanto tuttavia esige giustizia?”
E lui: “No, lo Stato si serve anche di apparati riservati che rispondono a norme diverse da quelle della polizia giudiziaria, ed anche se conosco la sua diffidenza su questi apparati, le posso garantire che anche lì vi sono uomini di grande valore…. “.
Ci avviammo lungo il corridoio ed entrammo in un’altra stanza, dove ad attenderci c’era un funzionario che insieme a Nicola Calipari firmarono il mio primo verbale sul delitto di via Poma.
Da quel giorno, devo avergli rotto le scatole non so quante volte, ormai l’aver scoperto la sua esistenza all’interno della Questura, era per me un punto di riferimento di cui fidarmi, e lui si era ormai “rassegnato” al “ciclone Carlizzi”.
Un giorno mi stupì come non mai, tanto che pensai che oltre il fratello anche lui avrebbe dovuto fare il prete.
Quella mattina Marco Pannella , dopo averlo annunciato con un bombardamento di comunicati stampa, avrebbe distribuito gratuitamente, a Trastevere, bustine di droga.
Io ero fuori di me, ritenendo l’iniziativa di Pannella una provocazione inammissibile sul piano del rispetto delle leggi, e decisi di andare con un mio gruppo, a contrastare la manifestazione.
Giunta sul posto, notai che mentre i Radicali scandivano il tempo fino al “gong” della trasgressione, le auto della Polizia di Stato, si erano allineate lungo il marciapiede, ed era pieno di funzionari in borghese.
Riconobbi Nicola Calipari, e mi avvicinai dicendogli con tono alterato: “Dottore, ma perché non li ferma, forse perché si chiama Marco Pannella?
Se lo avesse fatto un cittadino qualunque, sareste stati così a guardare?
Eppure fu lei a raccontarmi dei suoi sentimenti cristiani, di suo fratello sacerdote, o ricordo male?”
Il funzionario mi sorrise, e con una calma quasi inadeguata alla situazione di tensione che si andava creando, mi rispose: “Signora, capisco che per i suoi principi lei si senta provocata, ma ora sono io che le chiedo una cosa: quando le capita di confessarsi, cosa racconta la sacerdote, i peccati che ha commesso o quelli che concretamente ancora non ha fatto?”
Restai senza parole, soprattutto per l’abilità che usò nello spostare il concetto dal reato al peccato, sapendo di usare un linguaggio a me congeniale e che forse avrei capito meglio di qualunque spiegazione in termini di codice.
“ Stia tranquilla, ora ci lasci lavorare: se Pannella distribuirà veramente la droga, io un momento dopo, lo carico sull’auto e lo porto in Questura. Ma non posso fare nulla, prima di quel momento, ha compreso ora?”
Aveva ragione, ma il suo merito personale si distingueva nell’ essere riuscito a farmi condividere il suo pensiero, senza arroganza, senza impormi nulla, senza ricorrere nemmeno all’autorevolezza della sua stessa divisa.
Ormai facevo il tifo per quest’uomo di legge, e più avanzava nella sua carriera più mi convincevo che era la persona giusta per rinnovare il sistema all’interno delle istituzioni preposte al rispetto della legalità, anche oltre i confini del nostro Paese: era l’uomo capace di contagiare di onestà , di voglia di Pace, con il proprio esempio, chiunque si fosse reso degno di incrociarlo sul proprio cammino.
Ebbi modo di ringraziarlo pubblicamente sul mio sito, quando un comune “amico” mi portò i suoi complimenti per la qualità dei miei articoli, specie quando diffusi la mia opinione relativa alla verità sul delitto di via Poma, secondo me conseguenza di un riversamento nel computer di Simonetta Cesaroni, di quanto non emerse mai nelle indagini sulla strage di Ustica. Infatti, pensai che il famoso biglietto trovato insieme al corpo della vittima, sul quale era scritto
“Ce Dead Ok”, potesse significare il compimento della terza operazione “atlantica”, interpretando la parola “Dead” come la sigla di “Destruction enemy air defense”, cosa di cui sono sempre più convinta. E mi ero anche accorta, che nella storia del terrorismo, in due casi giudiziari con implicazioni “internazionali”, erano stati reperiti in corso di perquisizioni, due messaggi analoghi, uno alla fine degli anni settanta “A Dead Ok”, e l’altro a metà degli anni ottanta “B Dead Ok”.
Dunque quello ritrovato in via Poma, poteva essere il terzo segnale di operazioni “in codice”.
E di tale mia opinione ne misi a parte, prima di Natale, un Generale in pensione ex Sismi, che ritenne di grande interesse quella che definì la mia “intuizione”.

IL DELITTO CALIPARI

L’assassinio di Nicola Calipari ha rialimentato reazioni politiche su diverse posizioni a riguardo dei rapporti tra l’Italia e l’America, rapporti da taluni definiti di sudditanza.
Personalmente preferisco percorrere un diverso ragionamento, pur definendomi da sempre “antiamericana” così come, politicamente, “anticomunista”, ma anche “anti-ipocrisia diplomatica”.
Chi ha conosciuto Nicola Calipari, ha sicuramente palpato la sua profonda formazione cristiana, incompatibile, in quanto tale, con qualunque forma di violenza, di guerra, e radicata nei valori dei sacramenti, come era per lui il sacro vincolo del matrimonio.
Ed è inutile negare, che un uomo di legge con queste caratteristiche, possa essere divenuto nel tempo, un uomo anche scomodo per taluni ambienti, specie nei casi in cui le alleanze sono tanto più salde quanto più compromesse in situazioni di reciproca connivenza, o complicità, situazioni volte alla tutela dell’interesse personale a scapito della collettività.
Nicola Calipari, recentemente aveva fatto intendere, al rientro da una delle sue missioni in Irak, di trovarsi a riscontrare situazioni ben diverse da quanto si insiste a voler far credere, e manifestò confidenzialmente il suo disagio personale, anche per gli orrori che come cristiano non giustificava in alcuna ragione superiore.
In ogni caso, dovette ripartire nuovamente, e quasi come una minaccia alla sua stessa incolumità, un sinistro messaggio gli giunse a mezzo stampa.
All’improvviso, in Kuweit un giornale pubblicò il suo nome, Nicola Calipari, lo 007 italiano che si trovava in quei territori.
Da quel momento, ogni copertura era venuta meno, nessun nome in codice, esposto come uno straniero che invade il campo nemico in tempo di guerra: dato in pasto alla ferocia della cultura della morte.
Un fatto del genere, forse avrebbe dovuto considerare l’immediata interruzione della sua missione, forse lo si sarebbe dovuto far rientrare immediatamente, se solo si fosse pensato che i nemici di uno 007 possono essere tanti, di tante bandiere, e al servizio di interessi di ogni genere. Chi fece questo diabolico “scherzo” a Nicola Calipari?
Se io fossi il magistrato titolare delle indagini sull’omicidio del funzionario, comincerei da quel momento, fino a risalire alla fonte responsabile di quella “fuga di notizia” per mezzo della quale, uno 007 veniva “consegnato” alla morte.
Gli agenti dei Servizi Segreti, godono dei cosiddetti “nomi di battaglia”, sono muniti di documenti “di servizio”, perché nessuno possa risalire alla loro identità, nota solamente all’interno dell’ufficio di appartenenza, peraltro sottoposto a regole riconducibili ai segreti di Stato.
E nemmeno i familiari possono conoscere la destinazione del proprio parente in missione.
Tuttavia, il nome di Nicola Calipari, ce lo siamo ritrovato sulla carta stampata, volato così, da un paese ad un altro.
Perché se è vero che a sparare sono stati soldati americani, a decidere, a dare un eventuale “ordine”, possono essere stati “cervelli” di tutte le nazionalità, interessi che possono aver visto la liberazione di Giuliana Sgrena, come un’occasione utile per più scopi, anche quello di eliminare un uomo che troppo ormai sapeva…
E’ un’ipotesi, forse la più inquietante, ma sarebbe ancora più inquietante scartarla a priori, anche perché Nicola Calipari svolgeva funzioni delicatissime, e solo occasionalmente, veniva interessato nei casi in cui le sue particolari qualità garantivano la liberazione di eventuali ostaggi, o sequestri come nel caso di Giuliana.
Ma non era solo l’addetto ai rapimenti….

LE CONTRADDIZIONI DEL “TRAGICO INCIDENTE”.

Ci si chiede quanti fossero sull’auto che portava in aeroporto Giuliana Sgrena, e il dubbio resta, perché per una intera giornata, subito dopo la liberazione della giornalista, e la notizia della morte di Nicola Calipari, tutta la stampa nazionale ed internazionale, ha comunicato che i passeggeri erano quattro, di cui oltre Nicola, e Giuliana, un autista, ed un altro funzionario dei Servizi.
Si spiegava inoltre che la giornalista ed uno dei due sopravvissuti sarebbero rientrati in Italia il giorno successivo, mentre l’altro 007 sarebbe rimasto in ospedale, in quanto le gravissime condizioni in cui versava ne impedivano il rientro.
Nulla da mettere in dubbio, fino a quando la stessa Giuliana Sgrena, ha riferito al Pm Franco Ionta che su quell’auto viaggiavano in tre.
Eppure, del “quarto uomo” la stampa aveva pubblicato sia la vera identità, che il suo nome “di battaglia”, forse ritenendo che non sarebbe sopravvissuto: come è possibile?
E perchè non chiedersi a questo punto, come mai l’autopsia eseguita sul corpo di Nicola Calipari, ha rilevato un colpo netto alla testa, un colpo che per pochi centimetri si ha causato la morte?
L’esperienza purtroppo ci ha insegnato, che i caduti sotto le raffiche di armi automatiche, (Giuliana dice “una pioggia di fuoco”), bersagli colpiti alla testa, si presentano solitamente con il cranio sfracellato, e in molti casi ne fuoriesce il cervello: basterebbe ripercorrere i tanti lutti subiti nella nostra storia.
Addirittura si è passati dai trecento-quattrocento colpi, come riferito da Giuliana nell’immediatezza, ad un numero inferiore a dieci, come risulterebbero sull’auto ove viaggiavano, diretti verso l’aeroporto.
Eppure Giuliana al suo ritorno è apparsa lucida, anche se col passare dei giorni la sua lucidità sembra dare segni di un enorme sforzo, come avviene in casi di reazioni a sostanze chimiche che aiutano ad indebolire i riflessi attentivi, per cui il soggetto diviene poco a poco insicuro, e i ricordi si fanno sempre meno netti.
In altri tempi, si praticava il cosiddetto “lavaggio del cervello”, quando si voleva essere sicuri che ciò che si era vissuto non trapelasse mai.
In ogni caso, l’esigenza di chiarezza dovrebbe estendersi anche oltre il cosiddetto “fuoco amico”, se non altro per sfatare il sospetto di una tragica “coincidenza”, tra l’incauta reazione di una pattuglia che ha sparato a raffica, forse mirando alle ruote del veicolo, e un “silenzioso colpo”, uno solo, con l’intenzione di uccidere.

I POTERI DELLA MAGISTRATURA

Ad una simile eventualità, verrebbe opposto il “Segreto di Stato”, e a nessun organo della magistratura sarebbe consentito di violare ciò che va oltre la legge, nemmeno per un fine di verità e di Giustizia.

La “Ragione di Stato” converrebbe nel ricordare alla collettività che la giornalista del Manifesto, si è recata in Irak, consapevole dei rischi cui andava incontro, e che allo stesso modo, Nicola Calipari, come qualunque 007, accettano in tale ruolo la quotidiana possibilità di morire, così come gli stessi familiari di costoro, pur soffrendo, conoscono a priori gli imprevisti di talune professioni.
Per questi motivi, se la ricerca della verità sulla tragedia dei singoli, rischia di turbare equilibri delicati e responsabili della stessa democrazia internazionale, il sacrificio della verità, può divenire paradossalmente la scelta migliore.
E forse, questa brutta storia, si concluderà così.

 

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