il delitto di via Poma
Logo
VIA POMA: “ SIGNORA, PROVI A CHIEDERE NUOVAMENTE AL MAGISTRATO DI ESSERE INTERROGATA…..”
E GABRIELLA CARLIZZI MANDA UN TELEGRAMMA AL PM !

IL GIALLO DI VIA POMA

SONO MOLTISSIMI GLI “ADDETTI AI LAVORI” CHE SEGUONO ATTRAVERSO GIUSTAINFORMAZIONE, GABRIELLA CARLIZZI…….. CONTATTI E CONSIGLI MOLTO APPREZZATI, AL PUNTO CHE LA TESTIMONE HA INVIATO AL MAGISTRATO DOTTOR ROBERTO CAVALLONE UN TELEGRAMMA…..

Ecco il testo: “Io sottoscritta Gabriella Pasquali Carlizzi, chiedo alla S.V. Ill.ma di essere urgentemente convocata, come persona informata sui fatti, in ordine alle indagini relative all’omicidio di Simonetta Cesaroni, con espressa domanda di deporre innanzi al magistrato.
Prego escludere il giorno 12 ottobre p.v. essendo stata in tale data convocata come testimone a Perugia.”
Personalmente avrei evitato di prendere io l’iniziativa, anche perché agli atti dell’inchiesta dovrebbero esserci almeno quattro verbali con la mia firma, più altro materiale prodotto, e relativo ad alcune mie indagini giornalistiche che diedero esiti molto interessanti.
E’ pur vero, che la Procura della Repubblica di Roma non ha mai mostrato molta simpatia nei miei confronti, “giocando” sulla carta della “non credibilità”, e su quelle informative confezionate ad hoc, che spesso inducono nel magistrato pregiudizi e comportamenti inadeguati.
D’altra parte, non posso nemmeno ignorare la stragrande maggioranza di un’opinione pubblica meglio informata, nonché la stima che ogni giorno mi proviene da magistrati, forze di polizia, strutture investigative e ambienti politici, che mi incoraggiano a proseguire sulla strada intrapresa ormai da venti anni, verso il recupero di qualche pezzo di verità, dei tanti misteri italiani.
Il “consiglio” questa volta è autorevole, e per questo l’ho rispettato, formalizzando la mia richiesta di essere interrogata.
“Se son rose fioriranno…..” è un modo per dire che ora la “patata bollente Carlizzi”, è nelle mani di chi deciderà nell’ambito dei propri poteri-doveri.
Un interrogatorio in più, potrebbe solo rafforzare le indagini, oltre che vanificare il sospetto sgradevole che avvolge un caso giudiziario, quando si ignora chi intende contribuire responsabilmente alla ricerca della verità.
Sull’omicidio di Simonetta Cesaroni, se ne sono dette tante, e altrettante se ne sono negate, tutto e il contrario di tutto, e dunque sarebbe giusto non escludere nulla.
Sono trascorsi quattordici anni da quel 7 agosto, e dopo tanto tempo qualunque “verità” va prudentemente presa con le pinze, se non altro per le oggettive difficoltà che si presentano quando si è costretti a lavorare sulle carte che hanno riempito fascicoli e fascicoli, tante carte, molte superate, molte fantasiose, molte addirittura depistanti, e come vediamo in questi giorni, i fatti nuovi, non sono verificabili, perché chi dovrebbe confermarli è morto, e il testimone nulla rischia, qualunque cosa dica, poiché nessuno potrà smentirlo.
E qui va fatta una riflessione.
Ritorna sulla scena, il datore di lavoro di Simonetta Cesaroni, Salvatore Volponi.
Anche lui ha scritto un libro sulla vicenda che ha segnato profondamente la sua vita, e il magistrato ha ritenuto utile ascoltarlo.
Volponi racconta un “fatto nuovo”, ma anche molto vecchio, tanto vecchio che nel frattempo è morta la persona chiamata in causa, magari l’unica che avrebbe potuto dare senso a nuovi spunti investigativi verso una pista peraltro già percorsa, quella del fantomatico “amante” di Simonetta.
E a questo punto il professor Francesco Bruno dirà: “L’avevo detto io! Perché non si indagò sul misterioso mazzo di rose rosse, dalla confezione elegante, che comparve in date precise sulla tomba di Simonetta?
Perché, si aspettò che della circostanza ne parlasse la stampa, e da quel giorno il misterioso personaggio non portò più fiori?”
Il criminologo si riferiva a due episodi accaduti uno nel dicembre del ’90 e l’altro a febbraio ’91, quando appunto i genitori di Simonetta, recandosi al cimitero trovarono l’identico e pregiato omaggio floreale sulla tomba della ragazza.
Ora, se alla testimonianza di Volponi, si associasse il fatto messo in evidenza dal professor Bruno, cioè le rose rosse, con le parole della canzone di Lucio Dalla trascritte dalla vittima sulla sua rubrichetta, con la “pillola” anticoncezionale trovata nella borsa insieme alla prescrizione medica, in tale contesto si configurerebbe verosimilmente una “relazione” amorosa , intervenuta in un momento particolare della vita di Simonetta, forse durante una pausa sentimentale con il fidanzato di sempre..
Capita, e non ci sarebbe da stupirsi, ma in questo caso siamo di fronte alla morte di una giovane, una morte con tutte le caratteristiche di un delitto, un omicidio, anche se dalle perizie dell’epoca, si poteva ipotizzare un decesso accidentale, cui sarebbero seguite le coltellate, simulando così il raptus criminale.
Va anche detto che la “pillola”, quel tipo di “rose rosse”, e soprattutto le “parole” di quella canzone, sono sì elementi che fanno pensare ad un “amore segreto”, ma di certo inquadrano il misterioso uomo, in una persona molto adulta, ricco, forse sposato, uno con il quale evitare il rischio di una gravidanza, insomma una relazione che avrebbe potuto indurre la ragazza anche a pentirsi di una esperienza anomala, ma che tuttavia aveva deciso di vivere.
Perché Salvatore Volponi, peraltro tra i primi ad essere ascoltato dopo il delitto, e successivamente indagato come autore del delitto stesso, non riferì della confidenza ricevuta in tempo utile?
Sarebbe stato tra l’altro un suo interesse, onde fugare qualunque eventuale sospetto su di sé, e avrebbe consentito utili verifiche, e non solo ipotesi dettate da lontane reminiscenze!
Era noto che Simonetta Cesaroni evitava corteggiamenti da parte di uomini grandi, e dunque l’amore segreto, se c’era, non era tra questi.

Un uomo adulto, consapevole di dover tentare la via del fascino tanto gradito a tutte le donne, non avrebbe mai approfittato di uno spazio di pochi minuti, per comportarsi da becero, con la donna da conquistare, anche dopo morta, e con pregiatissime rose rosse!
Dobbiamo pensare ad un maniaco, un mostro, un giustiziere?
L’innamorato pazzo venuto da fuori? O quello residente nello stabile?
La “nuova” pista, da quanto si legge sui giornali, sembra piuttosto voler avanzare strane ombre, proprio sulla povera vittima, insomma una specie di messaggio cifrato, forse diretto al padre: “Se ancora insisti per la verità a tutti i costi, valuta se ti conviene, perché c’è il rischio che venga fuori una Simonetta che non conoscevi…”
Classico metodo cui si ricorre, quando il recupero della verità, svelerebbe l’impronta degli intoccabili!
Ci si ricordi ad esempio, del delitto di Todi nel ’93, ci si ricordi del delitto di Arce nel 2001, ci si ricordi del delitto di Cinzia Bruno, e di tutti quei delitti in cui al parente ansioso di giustizia, si rispondeva con un silenzioso: “Attento a te, che non ti esca qualche scheletro dall’armadio…..”.
E la storia evidentemente si ripete anche con Simonetta Cesaroni, che dopo 14 anni dalla morte, si ritrova sbattuta in prima pagina, con presunti amanti, pillole anticoncezionali, e parole in musica da ragazza vissuta……. Signor Cesaroni, apra gli occhi…….!
Oggi, la grande stampa, a caratteri cubitali, sembra quasi proporre una svolta clamorosa, e insieme a Salvatore Volponi in veste di scrittore, escono rimessi a nuovo e presentati come “nuovi” una serie di elementi triti e ritriti, sui quali potrebbe parlare l’ex Pm Settembrino Nebbioso che se li rigirò uno ad uno, e con grande scrupolo.
Non solo, ma i risultati ci furono, e non erano indizi, o peggio ancora vaghe ipotesi, si arrivò a riscontri inquietanti, al punto che tutto all’improvviso si fermò.
Ed è questo che va spiegato alla pubblica opinione, se si vuole evitare che la giustizia diventi una burla, è necessario che qualcuno dica come mai, nel ‘96/’97, l’inchiesta subì un arresto improvviso….. a far data più o meno, dopo la perquisizione nella BNL di piazza Fiume.
Si proseguì per un po’, abbassando lentamente i riflettori, come se il caso fosse stato archiviato.
Iniziarono le carte bollate, poi uno spiraglio di luce, poi il nulla, e ancora istanze, codici, vecchi e nuovi…...per ritrovarci ora su lenzuola di carta stampata, al lume di candela…… alla caccia del “romantico” assassino di Simonetta Cesaroni!
In un quadro del genere, l’unica cosa che non stona è il nome di “Volponi”, simile alla volpe, il sinonimo della furbizia, grandi volpi!
E pensa e ripensa, dopo 14 anni, dal cappello del mago, esce una storia d’amore finita in tragedia, passaggi segreti, tracce di sangue tornate dal passato, l’ora della morte anticipata per dare un alibi alla digestione, indumenti spariti……. agendine, prescrizioni mediche…
Il rischio della furbizia, è quello di perdere la memoria, con la conseguenza di presentare come nuovo, ciò che è solo una “replica” degli aspetti più innocui di un delitto che reclama giustizia.
L’assurdo e il grottesco, si rasentano quando nemmeno coloro che dedicarono anni di impegno nelle indagini, nelle ricostruzioni, affiancati da esperti professionisti, nemmeno costoro si ribellano a tutela della propria immagine, per dire:”Un momento, ma noi in tutti questi anni che c..zo abbiamo fatto? Se dobbiamo dare credito ad una verità, la più banale che poteva valere nell’immediatezza del delitto, allora noi non siamo in grado di occupare queste poltrone…. Ci alziamo e ce ne andiamo!”
Basterebbe riaprire l’archivio di una redazione di quotidiano, per rendersi conto della mole di lavoro svolto su questo caso giudiziario, un lavoro che non possiamo pensare sia da buttar via, solo perché strumenti più moderni oggi consentono….. ma che?
Ma siamo pazzi?
Ma l’intelligenza dei magistrati, l’intuito degli investigatori, lo scrupolo dello Stato, tutto questo non serve più, anzi in questo è da ricercarsi la colpa di errori reiterati per ben 14 anni, solo perché sono arrivate le nuove tecniche…. e i carabinieri…. a cavallo?
Per carità, non è rivolto ai carabinieri il mio commento, ma personalmente mi rifiuto di cestinare le capacità di chi penso non sia da meno dell’Arma!
L’opinione pubblica interessata ha buona memoria, e contrappone alla furbizia di qualcuno l’intelligenza di molti, e se necessario la rivendicazione del diritto alla verità.
Si parla proprio in questi giorni, di riforma della giustizia, e il clima non è dei più sereni.
Forse è il caso di valutare anche l’opportunità, a fronte di decenni di indagini errate, di chiedere, da parte dello Stato, il risarcimento dei danni, procurati con o senza dolo, dai titolari di una qualunque inchiesta.
Ribaltamenti di questo genere, non sono ammissibili in un contesto di capacità oggettive, imprescindibili per un magistrato, un giudice, un addetto di polizia giudiziaria.
Il delitto di via Poma, è stato studiato e indagato anche nelle pieghe più delicate, e se non si è arrivati ad una conclusione, il motivo è nelle cause che fermarono di fatto le indagini, nel momento più delicato.
Senza voler fare dietrologia, se si parlò di depistaggi, è perché forse si lavorava bene e nella direzione giusta, tanto da ricorrere alle corsie “alternative” preferenziali.
Il depistamento doloso è molto impegnativo e costoso, e non ci si espone a rischi tanto elevati, se non si ha la certezza che il soggetto da depistare cammina dritto verso la verità.
Forse un solo errore strategico commisero nel 1996 il Procuratore Italo Ormanni e il Sostituto Settembrino Nebbioso, quando si imbatterono nelle verità “di contorno” all’indagine, destando in alcuni casi un vero e proprio panico nei Palazzi di potere.
Avrebbero dovuto forse vigilare ventiquattrore su ventiquattro senza insospettire, mirare prima dritti alla manovalanza, e una volta incastrato farlo parlare sui mandanti.
Attenzione però, in questo caso non si deve intendere un delitto su commissione, poiché i mandanti avevano chiesto a “qualcuno” di recuperare un documento, un dischetto, e non una vita umana.
Le cose purtroppo si svolsero diversamente.
Simonetta morì due volte.
Mandanti e manovalanza si ricattarono a vicenda per molti anni.
Il documento finì in un’altra inchiesta, là dove passò inosservato sotto gli occhi di chi in quella sede, doveva giudicare fatti diversi.
E dunque, si eviti ora, di puntare il dito contro la stessa vittima, “colpevole” di una relazione segreta, “colpevole” di non aver digerito in sintonia con l’ora del delitto di se stessa, “colpevole” finanche della canzone di un altro…..
Innocente tuttavia, nell’assassinio della verità.

 

Aggiungi commento

Chiunque può lasciare un proprio commento, purchè sia nel rispetto del prossimo e coerente con l'argomento della discussione.


Codice di sicurezza
Aggiorna


Documenti inediti