“S’ODE A DESTRA, UNO SQUILLO DI TROMBA……. ……. A SINISTRA, RISPONDE UNO SQUILLO!”
NON E’ MAI TROPPO TARDI…… PER RIPARARE DOVE SI E’ SBAGLIATO…. DA PASOLINI AL MOSTRO DI FIRENZE …… DA SIMONETTA CESARONI AL DELITTO DELL’OLGIATA….. DA MARTA RUSSO…… A VIA POMA …. DA CINZIA BRUNO…… A MARA CALISTI…. DA LUIGI CHIATTI……. AL CONTE ALVISE DI ROBILANT…. E IL MORSO DELLA “FEMMINUCCIA”…….
Quando scrive giustainformazione, puntualmente risponde…… la televisione…… ! Molti dei miei lettori, spesso percepiscono nei miei articoli, una specie di “parlare in codice”, dal quale si sentono esclusi, non potendo conoscere a chi e a quali circostanze riservate io mi riferisca. Di questo chiedo scusa e ne sono consapevole, ma ho più volte spiegato che l’iniziativa del sito, ha visto come principali e diretti interlocutori, gli ambienti giudiziari, anche se cerco di coinvolgere gradualmente, quanti si dimostrano interessati a capire le pagine più misteriose di questo Paese, fin troppo insanguinato. Ne consegue, che affrontando argomenti relativi ad inchieste in corso, ed ben sapendo che molti altri casi giudiziari, dovranno essere riaperti, il mio parlare “in codice”, ha lo scopo di non inficiare quanto al momento, deve essere salvaguardato da eventuali inquinamenti delle prove. Coloro che mi contattano attraverso canali più riservati, sanno bene che non mi sottraggo mai a fornire ogni spiegazione privatamente, anche sulle più scabrose. I magistrati, le forze dell’ordine, gli apparati riservati, le sedi politiche, sono invece totalmente in grado di comprendere, ed anche di riconsiderare alcuni comportamenti ingiusti, adottati in passato nei miei confronti, in conseguenza dei quali, questa lunga scia di sangue, non si è ancora interrotta. Alt! Alt! Alt! Nelle mie parole, non c’è né orgoglio né presunzione, ma solo la consapevolezza che se in passato, con la complicità di alcuni organi di informazione, non si fosse giocata la vile arma del discredito della mia persona, forse nemmeno Simonetta Cesaroni, sarebbe stata uccisa. E in queste affermazioni, semmai c’è coraggio, non vanità, o mitomania, come ebbe a commentare il giornalista di Rai tre, durante un telegiornale, Maurizio Mannoni, che non si vergognò di usare il servizio pubblico del Tg, per dire che io, a riguardo del delitto di via Poma, avevo messo a verbale, di aver visto quattro uomini con un impermeabile bianco! E mi commiserò, quest’uomo di mondo, rivolto ai telespettatori: “Pensate voi, disse, col caldo che faceva il 7 agosto…..”. Eccoli i messaggi in codice, quelli che fanno paura e che il Procuratore Ormanni, farebbe bene a decriptare, anche perché agli atti, se non è passata qualche manina, questo episodio fu da me denunciato, e consegnato al dottor Settembrino Nebbioso, il quale sicuramente se lo ricorderà, avendone parlato a lungo. Io, il 17 agosto del 1995, davanti al dottor Calipari ( grazie che mi legge, dottore) cui mi affidò il Questore Sucato, come un suo funzionario di fiducia, descrissi nei minimi particolari, uno dei tre uomini che vidi entrare il 7 agosto del 1990 a via Poma, evidenziandone l’eleganza, che stonava con le espressioni volgari che invece usava verso gli altri due, parlai della sua abbronzatura, della qualità del tessuto estivo dell’abito e della camicia a due colori, dell’essere imbestialito perché non trovava il portiere, benchè la moglie di Vanacore pensava stesse in qualche appartamento ad annaffiare le piante, e comunque all’interno dei locali condominiali…… E allora, chi fu il suggeritore, della grande cazzata dei quattro impermeabili bianchi? Come dire, “quattro poliziotti”, simbolicamente? Al mio verbale con il dottor Calipari era presente anche il dottor Rosati , i quali sicuramente trasmisero gli atti in Procura, ma alle cazzate di Mannoni, non seguì alcuna smentita. Forse per questo, la famiglia di Simonetta Cesaroni non mi contattò mai? E per lo stesso motivo, nemmeno al loro avvocato Lucio Molinaro, venne quantomeno la curiosità? Molti lettori mi chiedono come mai, io abbia deposto solo nel 1995, ed è una domanda sacrosanta, alla quale rispondo, riprovando lo stesso dolore che fui costretta a portarmi dentro, in tutti quei lunghissimi anni. Feci l’errore, nel settembre del 1990, appena tornata da Porto Santo Stefano, di confidare ad un giornalista di un quotidiano, il fiore all’occhiello dell’operazione editoriale di Licio Gelli, che mi sarei presentata in Procura, a raccontare ciò che il giorno del delitto avevo udito e poi visto. In pratica, il giornalista mi sconsigliò, dandomi per scontato che non sarei stata mai creduta, e che io negli ambienti della Questura ero una persona scomoda, da quando già nel 1985, in un supercarcere, ove ero assistente volontaria, mi ero accorta di certe brutte cose….. Iniziarono episodi inquietanti, e dovetti allontanarmi da Roma per molti mesi, e quando rientrai, nel mio palazzo era venuto ad abitare un funzionario della Polizia di Stato, con tanto di scorta, sotto casa h24. Fui costretta a cambiare definitivamente il domicilio. Servì a poco, perché nel frattempo, in modo assai poco riservato, si erano organizzati per spiarmi ovunque, io me ne accorgevo, li avvicinavo, chiedevo loro provocandoli, da chi erano mandati, si allontanavano e dopo un quarto d’ora c’era il cambio della guardia. Imparai a fotografare da dietro le serrande semiabbassate, mettendo sempre in luoghi diversi e sicuri, il materiale che accumulavo. Superato il turbamento iniziale, cominciai a procurarmi altre prove, sempre pensando che sarebbe arrivato il giorno che li avrei sputtanati tutti…… lo sto facendo, anche oggi è quel giorno…. Parlavo al telefono, dopo essermi accordata su argomenti che avrebbero coinvolto il “grande orecchio” al completo, e indicavo luoghi strategici, dove chissà cosa avrebbero potuto trovare. Poi, un’ora prima mi appostavo in quei luoghi, e puntualmente li vedevo arrivare, e guardarsi attorno come idioti……. Erano le mie piccole soddisfazioni…. E ancora oggi me le prendo, e continuerò a farlo fino a quando, chi sa di doverlo fare, non mi chiederà semplicemente scusa. Alcune perplessità nella buona fede, posso capirle, nel senso che anche io mi sono trovata spesso a chiamare “destino”, l’essere sempre presente, al momento giusto, nel posto giusto, come se fossi venuta al mondo per fare la “testimone”, ma non posso nemmeno sentirmi in colpa per questo. Tanto per fare un’esempio, quando ci fu il cosiddetto “delitto dell’Olgiata”, si parlò di una persona che in quella circostanza prese con se i due bambini della contessa. Ora, costei il cui nome è Eugenia Tamburrino, era stata fin dal giorno in cui ci iscrivemmo insieme alla facoltà di medicina, una mia cara amica. Avevamo vissuto gli anni più belli, ambedue allieve del professor Sergio Stipa, della Prima Clinica Chirurgica della Sapienza, quando l’Università riempiva la vita, e non solo per studiare, ma c’erano i primi grandi amori, le feste, le vacanze, eravamo….. la meglio gioventù. Con Eugenia ci frequentammo anche dopo sposate, e già mamme, avendo ambedue la casa delle vacanze a Cala Piccola, ed anche lì si faceva l’alba a ridere, a scherzare, in discoteca… E non ero estranea neanche all’Olgiata, lì mio marito ha parenti molto importanti nel campo medico, proprietari di una delle cliniche più ambite a Roma. E dunque arrivò il giorno che lessi il nome di Eugenia sul giornale, appunto una delle tante figure comparse sulla cronaca, al tempo di quel delitto. E’ colpa mia? Oppure il fatto, giustifica le penne che ancora usano i caratteri cubitali per titolare: “Sa tutto lei!” Ripeto, posso capire chi in buona fede, sorride e pensa con me: “Che destino, sembra che me le vado a cercare….”, ma gli altri, i vigliacchi, quelli sarà meglio che ripuliscano gli archivi. Anche oggi, basta chiedere all’Ansa, e tutti riscrivono le stesse cazzate, della mia condanna per avere diffamato quel “santo” di Valerio Morucci e il Maestro Alberto Bevilacqua (nessuno scrive che la denunciante si chiama Anna Maria Ragni), il quale in tutti i salotti televisivi, giornali, e ci ha scritto un libro, ha fatto da cassa di risonanza alla diffamazione di se stesso, lucrandoci sopra miliardi. A me non è stata chiesta, né consentita, nemmeno una parola di replica. Che bravi colleghi, evviva la par condicio ! Poi ricominciano col caso Moro, nessuno scrive che appena iniziai a tirare fuori i documenti, fui assolta in primo grado, e nessuno ricorse in appello. Se poi andiamo a leggere qualche informativa, ma vi riservo la sorpresa tra qualche giorno, quando ve le potrete scaricare dal sito, allora credo che sia arrivato il momento di correggere qualche frase, sempre per salvare la dignità dello Stato. E ieri sera, al Tg1 delle 20, eccolo pronto un bel servizio, sul delitto dell’Olgiata, e ancora una volta scorrevano immagini di repertorio, e ancora una volta ho riconosciuto quello che vidi entrare a via Poma, il 7 agosto del ’90. Sicuramente questo mio articolo lo leggerà il magistrato che segue il caso, e qualcuno mi chiamerà, ma io questa volta, chiederò di deporre davanti al Procuratore Italo Ormanni, per motivi gravi, e per i quali spero mi ringrazierà. Nel giugno 1993 si recò da me una ragazza, mi chiese di aiutarla, aveva scoperto quanto non doveva, e temeva di essere uccisa. Ci saremmo riviste in settembre, dopo le vacanze. Aprii il giornale, c’era la sua foto, si chiamava Cinzia Bruno, era stata uccisa. Fui ospite al Costanzo show, raccontai quanto mi era capitato, c’era anche la sorella di Mara Calisti, uccisa anche lei, a Todi, in quella maledetta estate, e c’era l’allora Capo della Criminalpol, il dottor Nicola Cavaliere. Costanzo disse che sarei stata interrogata. Nessuno mi chiamò mai. Il caso non fu mai risolto. Invece mi cercò, e accaddero cose molto inquietanti, un certo avvocato, Luciano Randazzo, il difensore di colui che era stato accusato di avere trasportato il cadavere di Cinzia Bruna, dentro un sacco di iuta. Subii un attentato a mano armata, a Catania. L’avvocato Randazzo è l’attuale difensore di Marini, il denunciante della Telekom Serbia. Molti di voi mi chiedono cosa ne penso del caso Marta Russo. Rispondo come libero pensiero. Ai condannati, forse è andata anche bene, ma non perché c’entrino direttamente con chi ha sparato, e nemmeno con chi, in ospedale, può aver determinato la morte di Marta. La vicenda è assai più complessa, e il vero obiettivo era quello di trasferire il Procuratore Ormanni ad altra sede, perché non si occupasse più del delitto di via Poma. Il Procuratore Ormanni, quando spararono a Marta Russo, se non gli fossero stati col fiato addosso, mettendogli fretta, sarebbe arrivato in quella indagine, alla regia occulta dell’altra indagine, proprio quella sulla morte di Simonetta Cesaroni. L’errore fu quello di contestare le responsabilità degli imputati, e quindi irrigidire per principio, la posizione della Pubblica Accusa. I condannati, forse sanno che se estranei a questa vicenda, non è altrettanto in altre circostanze, e dunque possono accontentarsi, e così mi spiego perché uno dei loro avvocati, non volle percorrere, l’unica strategia di difesa forte. Ci parlai a giugno del 1998. E chi ha orecchie per intendere, intenda, tanto se deve venire tutto fuori, ed io ci credo, il bandolo di via Poma, sarà come un filo d’Arianna nel labirinto della morte, e vedrete che in tutti i delitti enunciati nel titolo, almeno una impronta, è sempre presente, almeno una. Ma addentriamoci un po’ di più, nella calura di quel lontano 7 agosto del 1990. Ieri un Tg durante il servizio, tra le ipotesi, ha evidenziato anche un coinvolgimento femminile, sostenendo i nuovi esperti delegati alle indagini, che i segni su un seno della vittima, riconducibili ad un morso, farebbero pensare più ad una donna che ad un uomo. Secondo la letteratura esistente sulle forme di vampirismo, tendenza molto diffusa in soggetti apparentemente normali, colti ed anche insospettabili, il “morso” è un rituale frequentissimo negli uomini., uomini dalla doppia vita, e per questo immuni dal sospetto. Nelle mie ricerche, in tutti i casi in cui ho ricevuto confidenze da decine di donne a carico dello stesso uomo, in tutti i casi, è presente il “morso”. E’ pur vero che costui, come hanno riferito i colleghi dove lavorava a metà degli anni cinquanta, era soprannominato “la femminuccia”….. forse, un particolare interessante per gli studiosi. Relativamente invece alla strana natura dell’immobile di via Poma, penso che sia necessario fornire ulteriori spiegazioni, anche perché negli anni successivi, in una diversa e delicatissima inchiesta, furono coinvolte anche società e soggetti, riconducibili a questo complesso immobiliare. E vi furono arresti eccellenti, figure di primo piano, a capo di apparati riservati, e conseguenti condanne, né mancò la latitanza di qualcuno. A volte penso come sia difficile dimostrare di aver visto sul luogo del delitto una persona, se questa, per la funzione che svolge per lo Stato, è in possesso di più passaporti. Su uno di questi, apparirà sempre un timbro che attesterà che all’ora e nel giorno del delitto, era magari a Tel Aviv, tanto per fare un esempio. Andiamo avanti. Il 29 ottobre 1995, un settimanale così scriveva: “…La giornalista Gabriella Carlizzi, oltre a ripetere per filo e per segno quanto già pubblicato anche dal quotidiano romano “Momento Sera”, si è detta disponibile a fare un identi-kit dei tre uomini che vide entrare in via Poma, il pomeriggio del giorno in cui fu uccisa Simonetta Cesaroni. La deposizione, avallata dalle testimonianze di alcuni condomini del palazzo, presi a verbale dai Carabinieri, getta pesanti ombre sulla reticenza del portiere Vanacore, che preferì andare sui giornali e rischiare la prigione, piuttosto che dire di aver dato le doppie chiavi dell’appartamento dove lavorava la Cesaroni, forse ai tre personaggi che, grazie anche all’identi-kit che presto verrà fatto, potrebbero essere identificati tra gli uomini dei Servizi deviati. Pietrino Vanacore e la moglie in questi giorni, sono impegnati a seguire i muratori, che stanno lavorando al loro casale di 400 mq coperti, su di un terreno di 10.000 mq, a Uggiano Montefusco, Mandria, vicino Taranto, del valore di 250-300 milioni di lire. Per non parlare dell’appartamento in via Oberdan 142 a Taranto, del valore di altri 200 milioni di lire. Chissà se almeno lui, può spiegare come mai, a quei tempi l’A.I.A.G. era rintracciabile sul citofono sotto Edilmark srl? Chissà se magari sapeva pure dei rapporti fra la Edilmark e la Palestrina III° di Nicoletti ( proprio quello della Banda della Magliana)?.......” Vedremo a breve come in queste poche righe, vi sia l’anello di congiunzione tra vari delitti. Nel 1994, all’entrata del condominio di via Poma 2, furono posti i cartelli recanti i nominativi di legge, a causa di lavori in corso per ristrutturazione. Fra tali nominativi, c’erano quelli del proprietario degli immobili, le società “Alì1” e “Alì2”, che riconducono all’Aereonautica Militare Italiana. Da ulteriori visure catastali, sono emersi rapporti di compravendita tra il proprietario dell’appartamento in cui lavorava Simonetta Cesaroni, il signor Manlio Indaco Giammone, pilota civile, e la società Edilmark Spa. Il Giammone infatti, vende la porzione immobiliare situata all’interno numero 7 della palazzina A, alla Raggio di Sole Immobiliare-Edilmark con atto n. 1286 780 del 8 gennaio 1993. Senza però dimenticare, che già nel 1990 sul citofono allo stesso interno, figurava già il nome della società Edilmark. Edilmark e Raggio di Sole Immobiliare sono partecipate sia nella Palestrina III° srl, che nella Servo Immobiliare srl, due delle società che furono sequestrate dal Ros dei Carabinieri, su incarico della Procura della Repubblica di Roma perché “… costituite allo scopo di investire in attività immobiliari i proventi del reato di peculato…… e quindi da considerare corpo di reato”. Avrete già capito, miei cari lettori, che l’attività delle società citate, riguarderà poi l’inchiesta sui cosiddetti “fondi neri del Sisde”, che vide arrestato, latitante e condannato, un altissimo funzionario dell’apparato, presente all’Olgiata la mattina in cui fu uccisa la contessa Filo della Torre. Delitto quest’ultimo, rimasto senza un colpevole, forse per gli stessi motivi di quello di via Poma….. forse. E a via Poma, oltre il cadavere della povera Simonetta, fu trovato anche il computer, ancora in funzione. C’è da dire che il padre della vittima, come risulta da una corposa rassegna stampa, ha sempre asserito che la chiave del delitto di sua figlia, era quel computer. Nel verbale redatto dalla Polizia di Stato, il giorno del delitto, viene scritto che “l’ultima operazione inserita, era avvenuta alle 16.30”. Il verbale continuava, affermando che il computer aveva smesso di lavorare, alle ore 01.26 dell’otto agosto. Il giorno 28 agosto, la Polizia trasmette al magistrato, un rapporto riferito al verbale del 7 agosto, nel quale scrive: “…si è accertato inoltre, che il computer ha continuato ad operare inspiegabilmente, fino alle ore 01.26.” La stranezza verrà attribuita ad una chiusura “accidentale”, causata dalla involontaria pressione su di un pulsante della tastiera. Dovettero passare molti anni, prima che fosse disposta una perizia sul computer, atto che sarà affidato……… ad un perito “americano”!!!! Riflettano su questo particolare, per favore, quelli che si occupano del mostro di Firenze. Che fine fece, dunque il computer prima di finire nella mani del perito, sia pure americano? Il mio pensiero. Durante la lite che portò Simonetta Cesaroni a morire per aver sbattuto la testa, prima che si simulasse il delitto passionale, con le 29 coltellate, e anche qualche traccia di materiale organico, “l’incaricato” non riuscì ad ottenere la chiave segreta del computer, che conteneva la famigerata lista di nomi. E gli anni trascorsero, per cercare quanto Simonetta portò con sé nella tomba, di questo grande “segreto di antistato”. All’epoca, nessuno dei responsabili, sospettava che un’altra indagine era in agguato, appunto quella che vide lo scandalo dei fondi neri, e dunque, gli sforzi fatti su quel computer, si rivelarono anni dopo, sforzi inutili, ma con un omicidio in più, quello di Simonetta Cesaroni. E la stessa sorte, toccò un anno dopo alla contessa Filo della Torre, continuamente ricattata nell’aver fatto da prestanome, con la propria firma, in traffici illeciti. Finché lei stessa, non ce la fece più, e minacciò di parlare, di rivelare la verità sulla morte di Simonetta Cesaroni. Un litigio, forse simile a quello che portò alla morte la contessa Francesca Vacca Agusta, anche lei firmataria-prestanome, anche lei minacciò di raccontare quanto era stata costretta a negare ai magistrati, anche lei, decretò la propria morte. E tra un Raggio su e un Raggio… di Sole giù….. Se colui che vidi entrare a via Poma, avesse immaginato che in galera ci sarebbe finito ugualmente, qualche anno dopo…… Uno del suo stesso apparato, mi venne a trovare….. un pezzo da novanta, e mi raccontò tante cose. E venne a farmi visita anche la compagna di un colonnello dei Servizi, anche lui trovato suicidato, e mi sentii dire, che quel giorno, avevo visto bene….chissà come mai lo sapeva… Peccato che tutto questo non interessi alle famiglie delle vittime, ai loro avvocati…… tutti ostaggi di pregiudizi, o di quanto viene loro imposto, e chissà con quali metodi…… Io continuerò a raccontare la storia….., la mia storia…….